giovedì 31 maggio 2012

L'insostenibile pesantezza del terremoto

Monia Benini

Notte di riposo. 
Sembra quasi un altro mondo e invece sono ad appena 150 km da Ferrara. Nella pelle e nelle ossa, le vibrazioni del terremoto. Negli occhi, lo sguardo terrorizzato della gente che ieri mattina scappava in panico dagli uffici e dalle case, riversandosi in strada. Non ho percepito la scossa delle nove: stavo guidando e la strada era sconnessa. Un istante dopo però ho visto rivoli di persone con il volto sfigurato dalla paura e in alcuni casi dalle lacrime. "E' successo qualcosa", mi dice Nando. "Deve essere tirato forte, di nuovo". Scendiamo dall'auto. Una signora in lacrime conferma il nostro timore: "Ero in bagno, tutto l'edificio ha cominciato a tremare fortissimo. E' stato come l'altra notte". E subito il pensiero corre a mio figlio, lasciato da pochi minuti all'asilo. Prendo il telefono, ma non c'è segnale. Ogni mio tentativo di chiamare qualcuno va a vuoto.

Via. 
Prendiamo l'auto e corriamo verso l'asilo. Le persone sembrano frastornate, confuse... a piedi, in bicicletta, in auto. Il cuore in gola: il ricordo della scuola di San Giuliano affiora prepotente e toglie il respiro. Arriviamo. Insieme a noi ci sono tanti genitori: entriamo nel giardinetto e i bimbi sono tutti lì, con le loro maestre, allineati. Mi avvicino a mio figlio. Mi fa un sorrisone e mi dice che è suonato l'allarme perché c'era il terremoto e che hanno fatto le procedure d'emergenza. Lo abbraccio. Trema. Insieme ai suoi amici finge spavalderia, ma è percosso dalla paura. Fra i bambini delle scuole elementari, più grandicelli, c'è chi piange. Le insegnanti sono terrorizzate, ma cercano di dissimulare con i bimbi. I telefoni sono ancora muti: non c'è modo di rassicurare i familiari. Arriva anche la decisione della Protezione Civile: le scuole vanno evacuate. Resteranno chiuse almeno un paio di giorni, ma circolano voci di chiusura dell'anno scolastico anticipato.

Fuori dalla scuola, decidiamo il da farsi: la sede di Per il Bene Comune aveva già sofferto la prima grande scossa, così come la casa di Nando (già riparata a tempo di record). Andiamo a verificare...

In sede, a parte un po' di oggetti sul pavimento, non sembrano esserci danni rilevanti, ad eccezione di diverse nuove piccole crepe, alcune delle quali anche nel cemento armato vicino ai garage. Servirà una nuova perizia tecnica.

Arrivo a casa mia. 
I miei vicini e i loro bambini sono nella piccola area verde di fronte a casa: per i più piccoli è un momento di festa. Io invece salgo. Per fortuna l'edificio (antisismico) ha retto benissimo anche questa volta. Ci sono quadri storti; il caffè che era dentro ad una tazzina grande si è riversato tutto intorno; ci sono un paio di armadi aperti e gli oggetti che erano sopra un ripiano in bagno, ora sono tutti riversati nel lavandino. Prendo dei giochi per mio figlio e una coperta da stendere nell'erba: potremmo fare un picnic nel parco urbano a pranzo.

Decidiamo di andare a comprare qualcosa in un negozio di generi alimentari che avevamo visto aperto (anche alcuni centri commerciali sono stati evacuati e chiusi). Siamo davanti al banco dei formaggi, quando il pavimento comincia a spingere verso l’alto; il bordo del frigo di fronte a me trema. In una frazione di secondo, mi giro verso Nando e lo richiamo ad alta voce. Lui mi guarda stranito: non sente nulla. Anche la cassiera mi guarda come se fossi pazza e le faccio notare che le forme, pesanti, di formaggio, stanno ballando vistosamente nel frigo. Poi il tremore si espande, entra dentro, prende lo stomaco oltre alle gambe: Nando lo sente, afferra Ricky per mano. “Uscite. In fretta!” grido a entrambi. I cartelli appesi al soffitto rimbalzano verso l’alto, ma nessun’altro pensa a uscire. Due signore anziane continuano a fare come se niente fosse, io mi precipito verso l’uscita e la cassiera mi dice: “Non ci facciamo caso, a meno che non cadano le bottiglie dagli scaffali. Per il resto, i cartelli si muovono anche con l’aria condizionata”.

Posto che l’aria condizionata è spenta, com’è possibile che non abbiano avuto l’istinto di uscire? Maledico l’imbecillità e l’ignoranza e penso a quanto pericoloso possa essere un simile atteggiamento. E questo ancor più quando, muovendomi con l’auto, vedo tantissime persone che si sono nuovamente riversate in strada; giovani, anziani, casalinghe, commercianti… E’ stata fortissima anche questa scossa.

Niente picnic a Ferrara. 
Ci spostiamo dai miei genitori, che abitano a 25 km dalla città, verso il ravennate. Mangiamo da loro, ma dopo pranzo decido di dare un’occhiata alla casa. E’ pienissima di crepe, alcune superficiali, altre più profonde e – seppur sottili - passano da una parte all’altra dei muri dove ci sono porte interne. Fuori in uno degli angoli, la pressione è stata così forte da aprire una crepa che dall’alto arriva sino al marciapiede, non prima di aver spaccato e disassato il marmo (granito) del basamento. Chiamo mio padre e lo avverto che sarebbe opportuno far controllare l’edificio. Non ne vuole sapere, probabilmente perché teme siano necessari interventi che lo facciano stare fuori casa. Rientro: anche nel soffitto fra il soggiorno e la sala da pranzo si è aperta una crepa longitudinale estremamente vistosa. Mia madre, che già vive nel panico, è ancor più spaventata. Farò di testa mia e chiamerò un ingegnere per la verifica dell’edificio. La casa è stata costruita alla fine degli anni ’70, ma con materiali e una struttura non eccelsa: era un periodo difficile e i miei genitori si erano pesantemente indebitati con i parenti per tirar su la loro ‘villetta’. Un paio di muratori, oltre alle braccia di mio padre, per unire mattoni e calce e in tre anni era pronta la casa. Siamo entrati nell’81; poi alcuni anni dopo – saldati i debiti e sistemata la situazione economica familiare , quando ancora era possibile farlo con mamma e papà che lavoravano come operaio e bidella – si è deciso di portare un po’ di modifiche nella parte della soffitta, rendendola abitabile. Una saletta, un angolo bar, uno studio-biblioteca per me. E’ proprio questa rialzata, una delle parti che sembra aver maggiormente sofferto il terremoto: crepe sparse nei muri; gli infissi del mio studio che si aprono e chiudono a fatica; i mattoni a vista dell’angolo bar letteralmente spaccati in due. “Dico sul serio” faccio con mio padre, ma lui nemmeno mi risponde. E’ la casa della sua vita; è una parte di sé e l’idea di mettere anche semplicemente in discussione la staticità è un reato. Ma con l’andamento sismico delle nostre zone in questi giorni, non si deve scherzare con il fuoco e quindi, volenti o nolenti, procederò perché siano fatti gli accertamenti.

Nel frattempo arriva la conferma: la nipote di Nando è disponibile a ospitarci, finché ne avremo bisogno, nel suo appartamento di Milano Marittima. Ci stano le nostre due famiglie. C’è da tornare a Ferrara per fare le valigie. Salgo con mio figlio e gli chiedo di restare in soggiorno vicino al tavolo, ma ovviamente la prima cosa che fa è seguirmi nelle stanze da letto. Ha troppa paura per restare anche solo a qualche metro di distanza. Qualche vestito, lenzuola, asciugamani, una coperta e…la casa ricomincia a dondolare. Gli armadi vibrano. Prendo Ricky per mano e ci mettiamo in soggiorno dove so esserci uno dei pilastri. Sto per andare sotto al tavolo di legno massiccio quando le scosse sfumano. Corro in camera, chiudo la valigia con quello che c’è; passo nel cucinotto e prendo un paio di borse con cibo a lunga scadenza e lo zainetto sempre pronto ogni notte accanto alla porta (dopo l’incubo del 20 maggio). Intanto è arrivato anche Nando che carica valigia, borse e zainetto, oltre a portare il bambino con sé giù dalle scale. Chiudo a chiave i miei incubi dentro all’appartamento ed esco in fretta e furia. Si parte verso il mare.

Ma ogni sensazione, ogni paura, ogni scossa è impressa a fuoco vivo sulla pelle, che brucia e fa male, anche senza toccarla, anche senza vederla. E’ il terrore che sento nella voce delle mie vicine di casa, delle mie amiche, che dal 20 come me non riescono a dormire, perché basta il minimo dondolio del letto per farti scattare in allarme e per farti schizzare fuori il cuore dal petto.

Era così bella la mia città nei giorni scorsi: tutti al lavoro per riparare i danni, per dare un proprio contributo per i più sfortunati e sfollati dalle loro case, per verificare la tenuta delle scuole, delle strutture pubbliche. Tutti a pensare, come nei Comuni vicini di Vigarano, Poggio Renatico, Bondeno, Sant’Agostino, Cento, a come ripartire, a come risollevarsi, a come curare le ferite delle attività rimaste in piedi e a come dare un futuro alle migliaia di operai rimasti senza lavoro perché le loro aziende sono state rase al suolo dal terremoto del 20 maggio. Era così bella la mia città, così fiera. Ma ieri una giornata infernale ha piegato sulle ginocchia la popolazione, ora imbevuta di paura, incapace di potersi difendere da una terra maligna che trema e fa vacillare le vite di ognuno di noi.

E ancora peggio è andata nell’alto Ferrarese e nel Modenese, dove il terremoto ha spazzato via- come un orco che si scrolla di dosso la polvere - tante case, tante aziende e l’esistenza di molte persone, finita lì, fra i macchinari di quel lavoro che doveva consentire loro di vivere, in questo sistema marcio sino al midollo.

Parlavano di scosse di assestamento dopo il 20 maggio. Sono venuti invece altri terremoti ieri. Ma mi chiedo…possibile che fra i tanti che stavano studiando e mappando lo sciame sismico, non ci fosse proprio nessuno che avesse fornito del materiale utile per far scattare un piano di misure temporanee (come l’evacuazione) utili per salvare la vita a chi invece l’ha perduta? Ci sono geologi, scienziati e ricercatori molto seri al lavoro; possibile che la Protezione Civile, le strutture dell’INGV e le Istituzioni locali non avessero dati bastevoli per poter mettere in atto un piano di salvaguardia della popolazione? E perché c’è ancora chi ‘tratta’ questo terremoto, anzi…questi terremoti, con tanta superficialità? Non ci saranno mica interessi di qualche genere a evitare che la zona sia classificata ad alto rischio sismico?

Il sisma che nel 1570 si abbatté sulla mia città, prolungò il suo strale di morte per 4 anni, con scosse potenti, morti e distruzioni diffuse. Allora il 30% della popolazione sopravvissuta se ne andò per sempre da Ferrara. Oggi i cittadini vorrebbero restare e ricominciare, ma hanno diritto ad avere risposte e certezze. Le Istituzioni abbiano quel coraggio necessario per azioni lungimiranti. Mostrino quel rispetto che si deve ai propri cittadini e quella necessaria alta considerazione del valore più grande: la vita umana.

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