domenica 24 luglio 2011

Il sistema istituzionale in cui viviamo - Parte II


Paolo Franceschetti


1. Introduzione. 2. La complicazione. 3. Il sistema fiscale. 4. La pluralità dei riti. 5. Il diritto civile. 6. Il diritto penale. 7. Conclusioni. 8. Alcuni aneddoti.

1. Introduzione.

Voglio provare a spiegare in due parole il nostro sistema giuridico, premettendo prima il mio percorso.
Ho studiato per anni dopo la laurea, perché amavo il diritto. Era una cosa appassionante. Anche complicata per certi versi. Per una questione di carattere amavo gli argomenti più difficili e intricati.
In civile ho amato la causa del contratto, che è l’argomento più difficile, tanto che la maggior parte degli autori dice che è impossibile comprenderlo a fondo.
In diritto amministrativo ho amato l’interesse legittimo.
In diritto civile ho pubblicato 4 manuali, in edizioni diverse.
In diritto amministrativo un manuale che ha avuto 2 edizioni.
Ma poi ho scritto articoli, tenuto lezioni di vario tipo all’università e nei corsi post universitari, e dirigo due riviste giuridiche.
Pensavo che capire il sistema giuridico significasse, in fondo, capire il sistema in cui viviamo, le sue regole.
Ad un certo punto mi sono accorto che il diritto nei tribunali non serve quasi a niente. E che troppe cose non quadrano. E che tali regole sono sistematicamente disapplicate.... 


Anzitutto la prima cosa strana. La maggior parte dei giudici ignorano il diritto, e non riescono a distinguere - ad esempio - la prova del nesso causale di un fatto, dalla prova del fatto stesso.
Guai a sentir parlare di causa del contratto e guai a chiedere cosa è l’interesse legittimo e in cosa si differenzia dal diritto soggettivo.
E qui già si nota una prima cosa che non va. Il diritto dovrebbe servire a regolare la vita dei cittadini. Ma cosa cavolo deve regolare, uno strumento che non è capito bene neanche dagli addetti ai lavori?
Non solo. Ma nel nostro sistema abbiamo oltre 370.000 leggi vigenti. E’ assolutamente ovvio che nessun giurista le possa conoscere tutte.
A vivere il diritto pratico quindi, ci si trova in un caos. E si capisce che il sistema reale è molto, molto diverso da quello che ci fanno studiare nei manuali e all’università.
E’ un sistema che è fatto per NON tutelare il cittadino e per far sì che la legge non venga applicata.
Ed è un sistema che si basa su alcuni baluardi che ora cercheremo di descrivere:
Essi sono:
- Complicazione del sistema. Il sistema è così complicato che capirlo è un casino.
In tal senso mi viene da dire che il diritto è molto simile ad un sistema esoterico.
- Linguaggio giuridico. I giuristi in genere, scrivono in un linguaggio illeggibile e la maggior parte dei testi giuridici, non è comprensibile neanche dai giuristi, a meno che non siano esperti di quella specifica materia trattata dal manuale. La cosa, ovviamente, serve per non permettere al cittadino di capire il sistema, ma anche per non farlo capire ai giudici e agli avvocati stessi.
- pluralità dei riti. Esistono decine di riti diversi, in modo che spesso è difficile anche capire quale sia il giudice competente.
- Lunghezza dei riti.
- Sistema fiscale demenziale
- I costi della giustizia.
- Mancanza di fondi e di organico
Approfondiamone alcuni.

2. La complicazione.

Qui troviamo una prima contraddizione del nostro sistema: neanche i giuristi sanno muoversi nel mondo del diritto, tanto è vero che anche noi avvocati, quando abbiamo un problema in una materia specifica, dobbiamo rivolgerci a un esperto di questa materia.
Non a caso esistono una marea di specializzazioni: civilista, penalista, amministrativista, fiscalista, giuslavorista, sono le grosse branche del diritto.
Ma poi esistono le sotto branche: solo nel diritto civile abbiamo gli esperti in società, i matrimonialisti, i contrattualisti, quelli esperti in responsabilità civile, in diritto d’autore, ecc…
E addirittura ci sono studi super specializzati, dove c’è, nell’ambito dei matrimonialisti, l’esperto in diritto minorile, quello esperto in separazioni e divorzi, quello esperto in volontaria giurisdizione, ecc…
Come a dire: che anche noi avvocati non possiamo conoscere tutte le leggi, e abbiamo bisogno dell’avvocato.
Un assurdità. Ma è un assurdità a cui siamo tutti abituati e oramai non ci stupiamo di nulla.
D’altronde di che stupirsi? La maggior parte dei nostri politici non conosce neanche le leggi più importanti esistenti.
Tempo fa le iene promossero una serie di interviste in cui chiedevano ai politici cosa è la Consob (cioè l’organo di controllo delle società). Venne fuori che la maggior parte dei politici non lo sapevano.
Poi non possiamo stupirci ovviamente, se il parlamento non promuove leggi per risolvere il problema della privatizzazione della Banca d’Italia o del signoraggio. Il problema è che non sanno neanche cosa sia.
L’altra cosa assurda è il costo delle spese giudiziarie.
Un avvocato, non famoso, di una modesta città di provincia, ha delle parcelle pari a uno o più stupendi mensili di un operaio. Il che è come voler dire che una persona che guadagna 1000 euro al mese non può permettersi un legale.
Ora i geni del diritto diranno: “eh. Ma esiste il gratuito patrocinio per i non abbienti”.
No. E’ falso.
Prima di tutto perché il gratuito patrocinio ha dei limiti di reddito molto bassi. Praticamente da fame. Poi, perché il gratuito patrocinio, non copre le consulenze legali, e le attività stragiudiziali. Quindi se, ad esempio, un cittadino vuole delle semplici consulenze, per sapere come comportarsi al fine di non violare la legge, non può farlo.
Ed è facilissimo violare la legge, perché abbiamo leggi su tutto: dal tipo di rubinetti che è possibile installare in un ristorante, ai metri quadrati del gabinetto, alla forma delle sedie da installare.
Tempo fa ho scoperto che ero fuori legge perché non tagliavo i rami troppo sporgenti del mio giardino ed ero passibile di multa.
Anni fa, scoprii che se lavavo l’auto in una fontana pubblica ero soggetto a contravvenzione.
E qualche tempo fa dopo aver messo delle borse laterali alla mia moto, ho scoperto di essere passibile di contravvenzione. Me l’ha detto un mio amico, che è un vigile urbano e che lo sa bene, perché ha la stessa moto mia, e ha le stesse borse ed è anche lui è fuorilegge.

3. Il sistema fiscale

La punta di diamante più assurda del nostro sistema giuridico è la parte fiscale. E’ notorio tra professionisti e commercianti, che “se viene la finanza qualcosa di illegale te la trovano”.
Già, perché le leggi fiscali sono talmente complicate, che è impossibile rispettarle completamente.
Tasse, sovrattasse, tasse locali, spese detraibili, spese deducibili, spese detraibili in parte, spese deducibili in parte, anticipi, acconti, ecc… un casino in cui è impossibile capirci qualcosa.
Ovvio, che se sei soggetto ad una verifica fiscale da parte della finanza come minimo trovano che hai dedotto una spese non deducibile o che hai sbagliato un calcolo, un acconto, qualsiasi cosa.
Infatti ogni tanto a noi professionisti, o agli imprenditori, arrivano delle tasse arretrate. E quando la somma è piccola si paga senza fiatare; perché costa di più rifare tutti i calcoli che pagare senza protestare.
Questo è un piccolo sopruso, ma costante, continuo, reiterato, e inflitto a migliaia di imprese e di professionisti, con la volontà e complicità del sistema statale.
Se poi aggiungiamo le leggi sulla sicurezza del lavoro, quelle sanitarie, ecc… ne risulta che la maggior parte degli imprenditori e dei professionisti, viola sempre e senz’altro qualche regola.
Tempo fa ad esempio, ho scoperto che in uno studio legale, in teoria, si devono avere solo mobili “ignifughi”; ma sfido qualsiasi studio legale a dimostrare che non ha nelle stanze almeno un soprammobile di legno o un altro materiale infiammabile perché ritengo che nessuno, al momento in cui acquista un mobile o un altro oggetto, pensi alle norme della legge 626 (poi confluita nel TU).
In realtà (ecco il vero punto) questo stato di cose, serve per far avere una specie di sudditanza del cittadino nei confronti del potere; il cittadino non deve mai essere tranquillo; deve sempre aver paura di un possibile controllo; e deve sempre sapere che a fronte di un abuso dell’autorità, non potrà difendersi.
Ma la cosa più assurda si verifica nei tribunali.
Tempo fa entrai in un aula di diritto del lavoro, e scopri che la sedia del giudice non era a norma di legge, e che non c’era l’estintore e che nelle cancellerie non c’erano tutte le misure prescritte dalla legge sulla sicurezza del lavoro.
Cioè i magistrati, che in teoria dovrebbero controllare che tutti siamo a norma, sono i primi a lavorare in un ambiente non in regola.
Qualche tempo fa ho messo la targa col mio nome, fuori dal portone del mio studio legale. Non sapevo che per farlo dovevo chiedere il permesso e pagare una tassa per le affissioni comunali.
E’ passato un vigile mentre la affiggevo e mi ha chiesto se avevo il permesso.
Ho risposto di no e che non sapevo neanche che ci volesse il permesso.
“Ma quant’è questa tassa?” Gli ho chiesto.
“Non lo so - risponde il vigile - ma comunque ti conviene non chiedere alcun permesso, e se viene un controllo paghi la multa. Costa meno ed è più pratico”.
Quindi, se io metto il mio nome sul campanello è mio diritto. Ma mettere una targa accanto al campanello no. Il consiglio, del resto, viene da una persona, che in teoria dovrebbe controllare che io sia in regola con il permesso.
Proseguendo nelle assurdità fiscali, che dire del fatto che i professionisti e le imprese debbano pagare il 90 per cento del reddito presunto dell’anno successivo?
In altre parole: per noi cittadini è normale, pagare in anticipo le tasse che guadagneremo l’anno prossimo. Di chi sia questa geniale invenzione non lo so. Ma quello che so, è che a tutti deve sembrare normale, se nessuno ha mai pensato a fare un ricorso alla corte costituzionale (che, a mio parere, avrebbe notevoli possibilità di vittoria).
Vero è che il cittadino non ha interesse a fare un ricorso del genere a causa, ancora una volta, delle assurdità con cui è previsto il meccanismo dell’impugnazione:
Già. Perché se io, cittadino, sono incazzato contro questa legge assurda, non posso mica andare dalla Corte Costituzionale e promuovere direttamente il giudizio. No.
Devo prima farmi fare una multa (quindi devo prima rifiutarmi di pagare, e commettere un illecito) e poi impugnare questa multa davanti alle Commissioni Tributarie; e una volta che sono davanti alle commissioni tributarie, devo sollevare il giudizio davanti alla Corte Costituzionale.
Ma il giudizio davanti alla Corte, ancora una volta non è automatico. No. E’ a discrezione del giudice che può sollevare il problema davanti alla corte, solo se lo ritiene “non manifestamente infondato”.
Quindi la maggior parte di cittadini è scoraggiata dal fare una cosa del genere, e finché a promuovere un azione del genere non ci penserà un’associazione di consumatori, la cosa è ovviamente improponibile.
Fare una legge, che consenta di chiedere il sindacato di costituzionalità in via diretta, non è venuto in mente a nessuno. Sarebbe troppo semplice poi.
Quindi, riassumendo, se un cittadino vuole fare causa contro questa norma del cazzo, per non pagare con un anno di anticipo quegli euro di tasse che dovrà comunque pagare l’anno successivo, deve dare parecchie migliaia di euro ad un avvocato; e aspettare qualche anno di causa.
Tempo medio previsto, per la definizione del giudizio: se tutto va bene qualche anno. Spesa prevista: circa 10 – 20.000 euro, a seconda dei casi.
E' ovvio allora, che conviene di più pagare in anticipo.
Qualcuno mi dirà: ma tu sei avvocato, fattela da solo.
Ma a me non va di farmela.
Perché dovrei?
Sono centinaia le possibili cause che potrei fare, contro le leggi ingiuste e vessatorie.
Ma non ho tempo per farmele, perché devo lavorare. E quando non lavoro, scrivo articoli come questo, oppure mi studio la cabala, che mi serve sempre per lavoro.
Insomma, pur essendo avvocato, non ho il tempo per difendermi legalmente e, ovviamente, non mi va neanche di farmi difendere da un collega, perchè mi costerebbe troppo e non mi converrebbe economicamente.
E tutto questo per i miei colleghi è... normale
Altra cosa assurda, ma su cui nessuno ha qualcosa da reclamare sono le imposte di registro.
Non so quanti sanno che se si acquista una casa, colui che acquista deve pagare l’otto per cento di imposta di registro; se si acquista un terreno l’imposta diventa addirittura il 17.
In altre parole, se io compro un terreno da 100 mila euro, ne dovrò dare 17 allo stato. Più, tra imposte ipotecarie e catastali, si arriva al 18. A questo aggiungiamo la tariffa notarile e si arriva a 20.000 euro. 20.000 euro, regalati allo stato ma non si sa perché.
E se io vado su un testo di diritto tributario, per capire a cosa cazzo serve questa imposta, e perché io sono obbligato a pagare una cifra del genere, non lo trovo.
E’ un imposta. E’ dovuta. E basta.
Se chiedo ad un collega tributarista, a cosa serve questa imposta mi rispondono che non lo sanno. Loro sanno solo che si fa così.

4. La pluralità dei riti

Molte persone ingenuamente pensano che il nostro sistema si divida in civile, e penale. I più istruiti al massimo sanno che esiste un diritto amministrativo e un tribunale amministrativo.
Invece non è vero.
Anzitutto perché in seno ad ogni giudice ci sono diversi riti, cosicché in seno al rito civile esiste il rito del lavoro, quello societario, quello ordinario, più i vari procedimenti speciali, ognuno con una sua particolarità e una sua procedura diversa.
Poi esiste la Corte dei conti, con competenze sia amministrative che penali.
Il Tribunale militare.
Il tribunale delle acque. (si avete letto bene… esiste un tribunale delle acque…)
Le giurisdizioni tributarie.
A questi già non pochi tribunali, si aggiungono ora le corti europee; la Corte dei diritti dell’Uomo, la Corte di giustizia della Ce.
Insomma esistono decine di riti diversi, fatti apposta per far impantanare alcuni procedimenti, solo perché il Tizio che fa il ricorso ha sbagliato giudice.
Siccome poi la legge in molti casi non è chiara, ecco che è possibile arrivare a situazioni paradossali. Ad esempio per ricorrere contro l’espulsione di uno straniero, non si sa bene se ricorrere al TAR o al Giudice Ordinario; alcuni tribunali amministrativi, dicono di essere competenti loro; alcuni GO dicono di essere competenti loro; con il risultato paradossale che ci sono due giudici diversi che dicono entrambi di essere competenti.
Stessa cosa, per un provvedimento con cui chiedete di essere ammessi ad un trattamento medico che vi viene rifiutato dalla ASL. Alcuni giudici ordinari si ritengono competenti; ma anche alcuni tribunali amministrativi.
Se ci sono dubbi di competenza, comunque non c’è problema: il nostro legislatore ha provveduto a creare un sistema geniale per risolvere i problemi: il procedimento di giurisdizione davanti alle Sezioni Unite della Cassazione. Ecco quindi che in una causa tra due contendenti, che discutevano quale giudice avesse il potere di decidere su un diritto di pascolare delle pecore, nel 2007, dopo alcuni decenni di causa, si sono pronunciate le sezioni unite. Trenta anni, solo per decidere il giudice competente… chissà fra quanti anni si saprà a chi deve andare quel diritto di pascolo.
In compenso, alcune volte, entrambi i tribunali si ritengono incompetenti con risultati che sfiorano il ridicolo.
Ad esempio avevo un procedimento davanti al Tribunale di Civitavecchia. Non si sapeva se fosse competente, il giudice di Pace o il Tribunale. Nel dubbio ho fatto una cosa che non si potrebbe fare, cioè ho fatto la richiesta ad entrambi. Ma entrambi si sono dichiarati incompetenti.
Allora ho fatto appello. Il giudice dell’appello mi disse che lui era incompetente.
Alla fine il giudice, per risolvere il problema e per non avere grattacapi, ha pensato bene di risolvere la questione giuridica in altro modo: il procedimento si è perso, e la sentenza non è mai stata emessa; le parti nel frattempo si sono dimenticate della questione, anche perché il procedimento, per una causa di poche centinaia di euro, è costato quanto una auto nuova.
Ecco una cosa, che in nessun manuale è contemplata: Il procedimento che si perde per strada.

5. Diritto civile

Il diritto civile è una materia già complessa in sé.
Ma a renderla davvero impraticabile, in modo che il cittadino non sia tutelato per niente, ci pensa il nostro geniale sistema processuale.
Un sistema fatto di notifiche, termini per produrre, e atti programmati secondo uno schema fisso, in modo che un processo civile, può anche durare venti o trenta anni.
Se Tizio viene tamponato, l’assicurazione è costretta a pagare per forza; tutto sarebbe molto semplice se avessimo un sistema come quello americano, ove il giudice decide alla prima udienza dibattimentale e tutto si risolve in un procedimento che spesso consta di una sola udienza. Da noi no.
Mi hanno tamponato; ho ragione per forza; ma il nostro sistema, impone prima di tutto di notificare l’atto alla compagnia; poi il giorno dell’udienza, anche se la compagnia magari non si presenta in giudizio, il giudice fissa un’udienza successiva, per le richieste istruttorie in una data di diversi mesi successiva; poi segue la fase istruttoria; poi magari la fase della CTU; e poi infine la fase della memoria conclusionale. Il tutto in un tempo mai inferiore ai due anni nei casi più rapidi, ma che può arrivare a dieci, quindici, nei casi in cui ci sia l’avvicendamento di vari giudici per malattie, maternità, trasferimenti, ecc… Quando non si arriva ai casi paradossali in cui una persona ha ragione da vendere, ma dopo quindici anni sta ancora in causa.
Poi arriva la sentenza.
Ma magari la controparte non paga. Allora, siccome sarebbe troppo semplice prevedere la galera per chi in mala fede non paga un debito processuale, occorre istaurare un altro procedimento; cioè il procedimento esecutivo.
In altri casi, ove il creditore abbia comunque un credito che deve incassare sicuramente, abbiamo il cosiddetto procedimento per decreto ingiuntivo. Procedimento che in certi casi può durare anni, se la controparte fa una minima obbiezione formale sulla procedura (in gergo tecnico si chiama opposizione a precetto, o a decreto ingiuntivo).
Ecco quindi che il processo civile, serve per proteggere i disonesti che non vogliono pagare.
Prevedere un sistema rapido, con definizione alla prima udienza dei casi più evidenti, sarebbe troppo semplice… quindi si preferisce mantenere il sistema come è.
Anche perché, nei pochi casi in cui il legislatore ha previsto un sistema efficiente e veloce, questo sistema non ha funzionato. Siamo così abituati a complicarci la vita, infatti, che li dove il legislatore ha previsto la definizione in un’unica udienza, purtroppo questa possibilità non è obbligatoria; con il risultato che la norma non viene applicata da nessuno.
Alludo al processo davanti al giudice di pace (articolo 320 cpc), che in teoria potrebbe essere risolto in un’unica udienza, al massimo due, ma se qualche giudice prova ad applicare la legge e definire il giudizio nella prima udienza, viene trattato come un marziano.
La maggior parte dei giudici di pace, non solo non definisce la causa alla prima udienza, ma dà pure i termini per le memorie conclusionali e addirittura per le memorie di replica.
Ecco quindi che io sono riuscito a stare in causa davanti ad un giudice di pace per un banale incidente stradale per ben 5 anni. Cinque.
Se poi il debitore, nonostante il decreto ingiuntivo, alla fine del procedimento continua a non pagare, si arriva alla tragicomica del processo esecutivo. Cioè si pignora (e si mette in vendita) un appartamento, un auto, un qualsiasi bene, al soggetto debitore; tempo medio per arrivare alla vendita del bene e al conseguimento del dovuto: tre – cinque anni, ma anche dieci o quindici anni, con punte di 30. In alcuni casi, il processo viene abbandonato senza che se ne sappia più nulla, perché i creditori si stancano, o muoiono, o semplicemente si trasferiscono all’estero e se ne fregano dell’esito del giudizio, e tutto viene abbandonato.
In pratica, il processo civile ha dei tempi e degli esiti ragionevoli in pochissimi casi. Si riesce ad ottenere qualcosa, nei soli casi in cui è coinvolta un’assicurazione (non sempre ovviamente; nei casi più complessi si può stare in giudizio anche trenta anni) oppure nel processo del lavoro.
Negli altri casi il giudizio è sempre sconsigliabile. Quando iniziai la professione, un avvocato famoso a Viterbo, giudicato da tutti persona corretta, e presidente del Consiglio dell’Ordine mi disse “meglio una pessima transazione che un’ottima causa”.
Frase che ho capito solo dopo anni, quando ho capito davvero il sistema.
D’altronde, sempre dopo qualche anno, ho capito il perché di un altro detto dell’avvocatura: “causa che pende causa che rende”.
Perché molti avvocati, stando trenta anni in causa, chiedono periodicamente delle somme al cliente, per un processo che spesso dura dieci, venti, o trenta anni di giudizio, dopo aver speso un capitale.
Quindi, perché mai dovrebbero protestare perché il sistema non funziona? Tanto loro vengono pagati lo stesso.
Ma quello che in genere non dicono né i libri, né i docenti, quando si studiano le materie giuridiche, è che il processo civile può impantanarsi e bloccarsi definitivamente in diversi punti. Ci sono vari casi in cui, infatti, un debitore scaltro riesce a farla in barba al creditore.
I punti di impasse del processo civile sono tanti.
Mi soffermo solo sulla fase della notifica. La notifica, implica che se Tizio vuole fare causa a Caio, deve farglielo sapere recapitandogli l’atto personalmente. Deve, appunto, notificarglielo.
Ma prima di notificare l’atto deve trovare il soggetto in questione.
Quando il residente è all’estero, notificare un atto diventa un problema complicato dal punto di vista tecnico, e costoso. Alcuni soggetti poi non hanno mai residenza fissa. Poi ,ci sono i soggetti (le società in genere) che operano in Italia ma risiedono all’estero. E poi, con vero colpo di genio, ci sono le società (questo è uno scherzetto ad esempio che fanno diverse società telefoniche) che hanno varie sedi: la sede amministrativa, la sede generale, la sede operativa, la sede secondaria, ecc… Siccome la notifica va fatta alla sede della direzione generale, se per caso chi vuole fare iniziare il giudizio si sbaglia e lo invia ad una sede secondaria, o alla sede amministrativa, ecc…, allora ecco che la citazione non vale nulla. Inutile dire che in genere, sul sito della società, compaiono diverse sedi ma non certo quella della direzione generale.
Ricordo in un caso, in cui dovetti fare causa ad una società, e per risolvere il problema ho fatto sei o sette notifiche, a diversi indirizzi. La società si è costituita in giudizio, senza poter opporre il difetto di notifica, ma ovviamente ho dovuto spendere di notifiche più di quanto era il valore della causa. Un sistema ingegnoso per bloccare tutto all’origine, ed evitare che un utente possa protestare.

6. Diritto penale.

Anche il diritto penale, è pensato per tutelare i delinquenti e non le vittime.
Tra i delinquenti c’è una suddivisione in categorie.
1) Reietti. I reietti sono quelli che vanno in galera sicuramente, se vengono beccati. Sono in genere mafiosi, che sono quelli che subiscono le pene più dure.
2) Sfigati. Sfigati sono in genere gli extracomunitari o i drogati, che subiscono pene di media entità e nel cinquanta per cento dei casi possono finire in carcere.
3) Eletti. Appartengono a questa categoria quelli che non vanno mai in carcere e se ci vanno gli danno tutti i privilegi e li trattano come se fossero in un albergo; sono gli amministratori pubblici, che hanno pene ridicole o inesistenti, e comunque nei pochi casi in cui vengono processati il processo va in prescrizione.
4) Poi ci sono i cittadini ordinari, che rientrano in una delle tre classi sopraelencate, a seconda dei soldi di cui dispongono, della loro appartenenza ad organizzazioni massoniche o paramassoniche, e da altre variabili.
Rubare un cesto di mele da un negozio di frutta e verdura, o un portafoglio su un autobus, ad esempio è un reato punito con la pena da 1 a sei anni (articolo 625).
Rubare un miliardo di euro agli azionisti, in una società che fattura dieci miliardi all’anno, non è punibile. Rubare un miliardo di euro in una società che fattura un miliardo di euro all’anno è punito con la pena da quindici giorni ad un anno (articolo 2621 e ss del codice civile).
Quindi chi ruba una mela è uno sfigato; chi ne ruba mille è un reietto; .ma se rubi mille milardi sei un eletto.
Se poi complotti per preparare un colpo di stato, non c’è alcun reato; perché di recente l’articolo 289 che prevede il reato di attentato agli organi costituzionali, è stato cambiato in modo tale che per essere punibile, il soggetto deve compiere un “atto violento”. E complottare, organizzare, ecc., non è considerato un atto violento.
Ma il colpo di genio del legislatore è la prescrizione. Circa il novanta per cento dei reati commessi, oramai va in prescrizione, perché i processi sono talmente lunghi (e le prescrizioni talmente brevi) che la maggior parte dei delinquenti non vanno mai in galera.
Questo significa che la macchina della giustizia (comprendendo in essa finanzieri, poliziotti, carabinieri, magistrati inquirenti e giudicanti, cancellieri, ufficiali giudiziari) funziona, con dispendio di soldi pubblici, per perseguire reati che non verranno mai puniti.
Il sistema potrebbe essere sanato anche semplicemente, stabilendo ciò che è previsto in tutti i paesi normali: cioè che una volta che il processo è iniziato la prescrizione è interrotta.
Ma questo non accadrà mai, perchè sarebbe troppo semplice e poi per un colpo di sfortuna qualche eletto potrebbe pure finire in galera.
Certo… ci sono dei reati tanto gravi, in cui la prescrizione è lunga. O addirittura ci sono quei reati che non cadono mai in prescrizione. Ma qui scatta un altro diabolico meccanismo processuale. Il famigerato (per il giurista) modello 45, che non si studia all’università, ma solo sui campi di battaglia dei tribunali.
Cosa è questo modello 45 è presto detto.
Quando il PM indaga, ha l’obbligo di chiudere le indagini in un tempo predeterminato dalla legge, diverso a seconda dei reati in esame. Al termine del tempo previsto egli ha due possibilità: può chiedere l’archiviazione o chiedere il rinvio a giudizio.
Il codice non prevede una terza possibilità: cioè che il PM non chieda nulla.
In tal caso il processo è insabbiato per sempre e viene inserito nel cosiddetto modello 45, il modello della denunce non costituenti reato.
E’ sotto questo famigerato modello che vengono insabbiate le inchieste a magistrati, politici, persone potenti, di cui spesso non si avrà mai notizia.
Pochi poi riflettono sul fatto che molte leggi penali sono create e pensate da… criminali. Cioè, molti parlamentari, sono persone che sono state condannate in via definitiva per reati anche molto gravi.
E pochi si rendono conto che molte leggi fatte dal parlamento sono un vero abuso; cioè costituisce un reato il fatto di averle emanate.
Un esempio.
La riforma del falso in bilancio, configurata in modo tale da rendere non punibile tale reato, è stato un vero reato, commesso da tutto il parlamento. In pratica è come se il parlamento avesse detto:
ragazzi, siccome la maggior parte di noi ha delle società, magari per interposta persona, per salvarci il culo dalla galera, perché non facciamo una legge con cui non siamo punibili?
E quindi, si sono fatti una legge che abrogasse tale reato. In pratica è come se avessero incitato gli amministratori delle società a delinquere.
E incitare a commettere reati, è un reato, per il nostro codice, previsto dall’articolo 110 c.p. E’ come se tutto il parlamento, concorresse a tutti i reati di falso in bilancio, commessi dalla nazione.
Ma nessuno potrà mai mandare in galera tutto il parlamento.

7. Conclusioni.

Ci sarebbe altro da dire, molto altro, ma è impossibile farlo in un articolo. Ci sarebbe da parlare delle carenze di organico, ovviamente volute ad hoc, per rendere ancor più inefficiente il nostro sistema; del disordine con cui vengono tenuti i fascicoli nella maggior parte dei tribunali italiani, il che è fatto apposta, per permettere di rubare i fascicoli e farli sparire, per permettere di farli vedere ad occhi indiscreti, ecc.
Ci sarebbe da dire delle truffe continue e sistematiche, che sono compiute dalle società telefoniche con le bollette taroccate; una vera e propria truffa ai danni di migliaia di utenti che però non viene perseguita perché si tratta di piccoli reati; e poi siccome è un reato commesso da società semi-pubbliche nessun magistrato ha il coraggio di perseguirlo (in caso contrario dovrebbero mandare in galera gli amministratori di queste società, ma è difficile trovare magistrati così impavidi).
Ci sarebbe da parlare delle cartelle esattoriali pazze, emesse da società private per conto del comune; società che durano un anno o due poi spariscono e chiudono, in modo che se per caso qualche centinaia di cittadini truffati volessero fare causa… non troverebbero più nulla, perché la società non esiste più.
Ci sarebbe da parlare del modo in cui vengono selezionati i magistrati e gli avvocati, con concorsi ed esami spesso truccati, o con dei commissari impreparati e con una preparazione inferiore a quella dei candidati. Basti ricordare il famoso caso dell’esame di Catanzaro: all’esame da avvocato che si tenne alla Corte di appello di Catanzaro nell’anno 2000, la magistratura scoprì che tutti i 2500 concorrenti avevano copiato, con la complicità della commissione (commissione composta da giudici, avvocati e professori universitari). Come è andata a finire? Tutto prescritto.
Nessun colpevole. E i 2500 candidati che avevano copiato, oggi sono tutti avvocati.
http://www.corriere.it/Primo_P....i.shtml
E il concorso in magistratura? Al concorso del 2002 un magistrato (non un magistrato qualsiasi si badi; ma un magistrato di CASSAZIONE) venne beccato con le mani nella marmellata, mentre truccava un elaborato; il concorso non è stato annullato; tutta la commissione si schierò a sua difesa; e tutto è finito a tarallucci a vino. Non si poteva certo mandare in galera tutta la commissione di magistrati, professori universitari, ecc., e rifare tutto il concorso.
http://www.lavocedirobinhood.it/Articol....ISTRATI
Per non parlare dell’ultimo concorso in cui molti concorrenti hanno copiato l’elaborato, nel silenzio e nell’inerzia della commissione, con uno scandalo finito su tutti i giornali, ma che dopo qualche giorno è tornato nel dimenticatoio.
Quando la selezione dei futuri magistrati e dei futuri avvocati avviene con queste premesse… che pretendiamo?

8. Alcuni aneddoti

Nella mia breve carriera professionale ricordo alcuni aneddoti curiosi che racconto, per far capire un po’ come va la pratica.
Una signora un giorno si ritrova i conti correnti bancari chiusi, perché gli avevano protestato degli assegni di cui lei non sapeva nulla. Si scopre che una truffatrice di Firenze aveva emesso con un documento falso degli assegni a suo nome. Inoltre lo stesso scherzetto lo aveva fatto a decine di altre persone.
La truffatrice viene identificata, e portata davanti al magistrato. Confessa candidamente che si, ha emesso assegni falsi. Confessa candidamente che si, ha falsificato i documenti. Confessa candidamente che si, sono decine di anni che fa questo gioco.
La Tizia viene rilasciata, perchè avendo confessato non ci sono le esigenze della custodia cautelare e da noi si va in galera solo dopo la sentenza definitiva, cioè dopo la Cassazione.
Il giorno dopo emette altri assegni. E poi ancora altri. Continuando cioè a creare problemi ad altri cittadini ignari, che si troveranno i conti chiusi, i crediti bloccati, i mutui revocati.
Il processo è iniziato da pochi giorni, ma oramai, si sa, siamo vicini alla prescrizione. In fondo, il reato commesso non è grave. E questa signora continua ad andare in giro tranquilla.
Qualche anno fa un Tizio viene denunciato dalla compagnia di assicurazione per cui lavoro, per truffa; aveva fatto decine di incidenti falsi nella zona di Civitavecchia, finché i carabinieri lo avevano scoperto.
Qualche tempo dopo, lo stesso soggetto viene a Viterbo, alla sede della compagnia, con un incidente falso; si trova quindi di fronte a gente che lo conosce e che gli dice “e che ci fai qui… ma se ti abbiamo denunciato a Civitavecchia?” E lui: “eh si… infatti li non potevo più lavorare… ora mi sono trasferito qui ma non immaginavo che lei, ispettore, avesse anche questa sede. Peccato. Mi devo trasferire ancora”.
Ad un mio cliente di Napoli, avevano pignorato la casa che doveva andare in vendita. Nel 2005 mi chiede se poteva pagare tutti i debiti e riprendersi la casa, ed eventualmente cosa fare in alternativa. Lui tiene a quella casa.
Analizzo il valore della casa. Circa 100.000 euro.
Il debito era di circa 50.000 euro suddiviso per una ventina di debitori, ma tra spese, legali, interessi, ecc… nel 2005 ammontava a circa 300.000 euro.
I debiti risalgono a circa 25 anni fa. Il procedimento di pignoramento è iniziato quindici anni fa, ma ancora in alto mare. Il cliente ha sessantatrè anni e non ha figli.
Il mio consiglio: continuare ad abitare quella casa. Se tutto va male la venderanno tra una decina di anni, quando lui sarà anziano. Ma data l’ubicazione dell’immobile e altre caratteristiche non la venderanno mai… Alla sua morte, ci andrà ad abitare qualche suo amico o parente e probabilmente nessuno gliela toglierà mai.
Sono a Napoli, da un mio amico avvocato. Questo mio amico mi chiede di andare a notificare un atto al tribunale di (bo… non ricordo.. mi pare Castellammare). Mi dà l’atto, che dovrò consegnare all’ufficiale giudiziario, e poi mi consegna una busta con le “istruzioni” per la notifica pregandomi di consegnarla nelle mani dell’ufficiale X…
Vado in tribunale accompagnato dalla segretaria, mi avvicino al banco degli ufficiali giudiziari e consegno l’atto. Poi dico:
“Ora le do la busta con le istruzioni ma mi faccia controllare se le istruzioni sono giuste…”
A quel punto, vedo che l’ufficiale giudiziario diventa pallido, e la segretaria mi si lancia addosso e mi strappa la busta dalle mani e sorridendo in modo nervoso la consegna all’ufficiale.
“Non c’è nulla da controllare – mi dice – le ho controllate io… stia tranquillo” fa rivolto all’ufficiale.
Mi spiegheranno poi che la busta conteneva i soldi per la tangente. E sia la segretaria, sia il mio amico, sia altri colleghi, si meravigliano che io non sappia che lì, quella è la prassi; se non dai almeno un “centone” l’ufficiale giudiziario non consegna nulla. E bisogna sempre sperare, che la persona a cui l’atto sarà notificato, non dia una somma ancora più grossa per evitare la notifica…
Quando sono tornato dal mio amico, mi sono incazzato assai… e lui c’è rimasto male e mi ha chiesto scusa…
“Non sapevo – mi disse – che da voi funziona diversamente. Scusa”.
Tempo fa, viene da me un lettore del blog. Dice che sono tanti anni che cerca giustizia perché tanti anni prima gli hanno pignorato la casa, l’azienda in cui egli lavorava, e l’auto, per dei debiti inesistenti; lui si era opposto in giudizio, e aveva fatto delle denunce penali; ma le denunce erano andate archiviate. E i procedimenti civili si arenavano sempre contro qualche ostacolo processuale; ora accadeva che l’avvocato si dimenticava dei termini processuali e faceva scadere; ora veniva smarrito un documento. Nel frattempo l’azienda era stata data in custodia ad un amministratore del tribunale, che era un boss della mafia, e quindi costui utilizzava l’azienda per i suoi fini personali, produceva merce, la vendeva, ecc…
Guardo le carte… i reati sono ormai prescritti… vedo se ci sono gli estremi di una causa civile. In teoria ci sarebbe da far causa ad avvocati giudici, controparti…Ma noto che i fatti risalgono a trenta anni fa. E il cliente ha 60 anni.
Scusi, gli dico… ma ha aspettato trenta anni?
“Eh si, nessuno ha mai voluto difendermi, fino ad oggi. Poi a un certo punto ho smesso di fidarmi degli avvocati e oggi sono qui da lei perché di lei mi fido”. Già. Ma dopo trenta anni è impossibile.
Tempo fa, viene da me una signora a cui la massoneria ha portato via una marea di beni. Vorrebbe fare causa ma trova sempre diversi ostacoli. Ascolto la signora.
Leggo alcuni documenti.
Le dico che, avendo come avversario il marito (massone) e quindi essendo circondata da giudici e da avvocati massoni, non sarà semplice vincere la causa e dico che magari potrebbe fare una transazione, rimettendoci un po’ di soldi, magari, ma almeno accelerando le procedure.
Mi riservo però di leggere gli atti e di darle un giudizio nei giorni successivi.
Qualche giorno dopo telefono alla signora la quale mi dice: “non ho bisogno della sua tutela. Secondo me lei è un massone. Lei fa una pubblicità spudorata alla massoneria, dicendo che essa è potente, che è organizzata, ecc., scoraggiando la gente dal fare causa. Lei è la punta più elevata e più sofisticata della massoneria. Non mi serve il suo aiuto”.
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Nei manuali di procedura civile e penale, all’università, studiavamo che le regole della procedura si applicano per tutelare il diritto della parte. Oggi dopo anni di studio posso affermare che servono per non tutelare nessuno, tranne i delinquenti. Non a caso Falcone, con riguardo al nostro codice di procedura penale, disse che era buono solo per i ladri di galline, non per la mafia.

E posso dare la seguente definizione del diritto, che in nessun manuale troveremo mai, né mai potrò pubblicare in una rivista giuridica:

IL diritto è quella sovrastruttura della società, che serve per render schiavo il cittadino e assoggettarlo all’autorità, dandogli l’illusione di essere libero.

www.giustiziavera.altervista.org

2 commenti:

  1. Grazie. I link sarebbero da riscrivere.

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  2. Hai perfettamente ragione, ma sulla fonte i link non sono più disponibili (puoi controllare anche tu) ....

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