Sostituire la parola "artificiale" (che evoca uno strumento finto, costruito dall'uomo e sotto il suo controllo) con il prefisso "Super" serve prima di tutto a togliere potere ai cittadini e ai legislatori.
Se l'algoritmo non è più un semplice software ma un'entità superiore e inevitabile, regolarlo diventa inutile, se non addirittura blasfemo.
La narrazione della Superintelligenza trasforma la tecnologia in una competizione geopolitica ed escatologica contro potenze rivali come la Cina: una retorica che serve a giustificare la deregolamentazione selvaggia e a pompare trilioni di dollari nei mercati finanziari, alimentando una bolla speculativa basata sulla fede tecno-religiosa anziché su risultati concreti.
Allo stesso tempo, questo slittamento semantico funge da formidabile arma di distrazione di massa.
Come evidenziato in diverse analisi filosofiche su Noema Magazine, costringere l'opinione pubblica a dibattere su scenari fantascientifici futuribili – come il rischio che una mente divina estingua l'umanità – anestetizza il dissenso sui problemi reali e attuali.
Nel nome della "salvezza futura", i governi chiudono gli occhi di fronte al consumo spropositato di energia e acqua dei data center, al monitoraggio biometrico di massa e allo sfruttamento dei lavoratori digitali nel sud del mondo.
L'effetto più subdolo di questa transizione si consuma però nella nostra mente
La delega progressiva del linguaggio a modelli standardizzati sta realizzando la profezia orwelliana dell'omologazione del pensiero.
Un recente studio della University of Southern California ha dimostrato scientificamente che l'esposizione costante a questi sistemi sta progressivamente appiattendo i paesaggi cognitivi della società, riducendo la diversità linguistica e, di conseguenza, la nostra capacità di pensiero critico.
Chi controlla i dizionari di queste macchine non sta solo automatizzando la scrittura, ma sta tracciando i confini di ciò che è "pensabile".
Accettare passivamente la parola "Superintelligenza" significa piegarsi a una gerarchia ontologica in cui l'essere umano si autodefinisce inferiore, rinunciando alla propria capacità di agire e decidere sul proprio futuro.
Catherine
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