sabato 13 novembre 2021

Quando la barriera diventa un baratro

di Massimo Mazzucco

Si chiama digital divide, e significa barriera digitale. Con questo termine si intende la linea ideale di demarcazione che separa le persone che accedono regolarmente all’informazione in rete (informazione “digitale”, appunto) da quelle che non lo fanno.

Fin dagli esordi di Internet ha cominciato a notarsi questa forte differenza, nel momento in cui i “non-utenti” continuavano a ricevere informazioni da un unico punto di vista – quello istituzionale – mentre gli utenti della rete scoprivano che molte questioni importanti, come ad esempio la guerra del Kosovo, potevano anche essere viste dal lato opposto – quello del popolo serbo, in quel caso – cambiando completamente di colore.

Chi guardava la televisione, o leggeva la stampa mainstream, sentiva un’unica voce a reti unificate: “I ribelli serbi seminano il terrore nei villaggi albanesi, ammazzando donne e bambini senza pietà”. Chi invece andava in rete scopriva anche che “i ribelli serbi” erano stati addestrati, finanziati ed armati segretamente dagli americani. Poi poteva trarre le sue conclusioni.

Il salto di qualità fu immediato, e fin dai primi anni di Internet …


… si cominciò a sentire questo divario sempre maggiore fra gli informati e i non-informati.

In realtà, la molteplicità dei punti di vista è solo il primo dei vantaggi offerti dalla rivoluzione di Internet: la vera differenza inizia a sentirsi quando l’utente utilizza questa molteplicità di angolazioni per costruire dei nuovi “oggetti di informazione”, che prima non esistevano, su cui potrà basare i passi successivi della sua ricerca.

Facciamo un esempio. 

Se uno studia in rete la guerra del Kosovo, arriva probabilmente a capire che si è trattato di una operazione progettata ed orchestrata dalle nazioni occidentali per togliersi di mezzo una volta per tutte l’ostacolo della Serbia. Se poi questa persona studia, ad esempio, la recente “liberazione” della Libia, si accorge che le stesse nazioni occidentali hanno usato una tattica molto simile – scontri civili fomentati di nascosto, per giustificare un “intervento umanitario” – per togliere di mezzo un altro ostacolo decisamente fastidioso, il colonnello Gheddafi.

A quel punto il nostro navigatore fa uno più uno, e la prossima volta che sente parlare di “intervento umanitario” drizza le orecchie, e capisce in pochi secondi che cosa c’è veramente sotto.

In altre parole, l’analisi separata delle diverse situazioni storiche lo ha portato non solo a capire meglio ciascuna di esse, ma anche ad assimilare un nuovo concetto – quello delle false-flag operations – che prima non conosceva.

Nel frattempo chi guardava la TV è rimasto fermo al livello 1: del Kosovo ha sempre visto solo una facciata, quella mostrata dai media istituzionali. Della Libia ha sempre visto solo una facciata, quella mostrata dai media istituzionali. E della prossima operazione false flag vedrà probabilmente solo una facciata, quella mostrata dai media istituzionali. In questo modo non solo non riuscirà mai a capire il senso reale di ciascun evento singolo, ma non potrà nemmeno arrivare a collegarli l’uno con l’altro, perché non sarà in grado di acquisire il nuovo concetto di “false flag operation”.

Chi invece ha imparato ad approfittare al meglio della rete procede sempre più agile e svelto, e sviluppa la sua conoscenza non solo allargandola in orizzontale, ma aggiungendo anche nuovi strati in senso verticale. E più sale – paradossalmente – più diventa facile acquisire nuove nozioni ed arrivare a nuove conclusioni.

Quello che inizialmente appariva come una semplice barriera di separazione fra due gruppi di persone, sta diventando un vero e proprio baratro che non solo non sarà mai più possibile colmare, ma nel quale vengono ormai le vertigini anche solo a guardare.

Fonte: www.luogocomune.net (l'articolo, precedentemente pubblicato qui, è del 2012)


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