giovedì 9 agosto 2012

La realtà sociale preferibile

Gian Piero de Bellis

La complessità della natura umana e la varietà degli esseri umani e delle esperienze umane (gli aspetti, le dimensioni e i fattori) è un qualcosa che osserviamo ogni giorno a meno che la nostra visione non sia distorta da pregiudizi ideologici.

Una volta che ci rendiamo conto di questo, dobbiamo anche accettare il fatto che bontà e cattiveria, apatia ed vitalità, creatività e conformismo, all’interno della stessa persona o come tratti dominanti di persone differenti, sono espressioni della natura umana che non possono essere modificate o abolite per decreto ma che devono essere tenute sempre in considerazione.

In presenza di questa situazione, sussistono tre punti importanti che devono essere sottolineati quando facciamo riferimento a dinamiche sociali e che dovrebbero essere fatti valere quando abbiamo a che fare con una organizzazione sociale:

A nessuno (e certamente non all’individuo violento, scroccone, apatico) dovrebbe essere consentito, da solo o in gruppo, di definire la realtà generale a cui tutti si devono adeguare. Sotto il dominio della massa (che chiamiamo democrazia) questo è purtroppo ciò che avviene; ed è questa una situazione che non può mai essere giustificata per quanto forte possa apparire il peso che sorregge tale imposizione (la volontà della maggioranza) o per quanto persuasivi siano le parole impiegate per farla accettare (solidarietà, uguaglianza, sicurezza, ecc.).
L’interrelazione ricca tra natura umana – esseri umani – esperienze umane richiede una organizzazione sociale caratterizzata da un meccanismo che consenta a questa complessità e varietà di esprimersi liberamente; questo significa la nascita e l’accettazione, l’una accanto all’altra, di società parallele basate su forme volontarie di associazione prodotte e scelte dagli individui....

Una molteplicità di società volontarie parallele, ognuna legittima di per sé stessa, è possibile solo se il potere è altamente diffuso tra tutti gli individui e nessuno è in grado di imporre il suo volere arbitrario sugli altri.Come è stato detto precedentemente, la società di massa racchiudeva certe potenzialità che si sarebbero potute sviluppare in qualcosa di simile alle società parallele se le tossine del nazionalismo, monopolismo, territorialismo non fossero state incubate dalle persone violente e da coloro che vogliono vivere alle spalle degli altri e inoculate nella maggioranza apatica, convogliando tutti verso lo statismo monopolistico territoriale e i conseguenti disastri materiali e morali.

L’emergere delle masse da una condizione di soggezione e di sfruttamento è stato un risultato positivo della modernità se dalle masse fossero germogliati individui con personalità distinte e responsabilità interiorizzate.

Questo avrebbe potuto essere possibile in quanto l’incantesimo dell’autorità sacrale (impersonata dalla gerarchia ecclesiastica) era scemato e la venerazione per i dogmi era stata infranta da convinzioni più illuminate, basate sulla ricerca scientifica. Eppure, ciò non avvenne perché la lotta contro l’oscurantismo della Chiesa e contro l’elitismo sociale fu alla fine monopolizzata da una entità, il nascente stato nazionale territoriale, che assumeva e assommava gli aspetti peggiori del potere della Chiesa e li moltiplicava per la sua immensa gloria.

Quella che abbiamo adesso è una società di massa in cui possiamo identificare grosso modo tre tipologie di persone:

I deboli. 
Coloro che non sanno e sono consapevoli, in una certa misura, di non sapere; per questo motivo essi sono timorosi di prendere decisioni concernenti la loro vita. La loro aspirazione è la delega del potere.

Gli amanti della libertà. 
Coloro che sanno abbastanza per sentirsi sicuri di affrontare la vita a modo loro e che sono anche consapevoli della complessità della realtà generale; per questo motivo non sono interessati a prendere decisioni riguardanti tutti in quanto sono già abbastanza occupati a prendere le decisioni giuste per sé stessi. Non vogliono essere né servi né padroni. La loro aspirazione è l’autonomia.

Gli impostori.
Coloro che non sanno abbastanza e soprattutto non vogliono sapere quanto complessa è la realtà generale per cui si illudono e pretendono di sapere tutto; per questo motivo essi sono convinti che è del tutto appropriato prendere decisioni per tutti riguardo ogni problema, in quanto le loro decisioni, a loro avviso, sono le migliori. La loro aspirazione è l’accaparramento del potere.La connivenza non dichiarata del debole con l’impostore (in una sorta di dinamica che richiama quella tra il masochista e il sadico) ha schiacciato l’individuo amante della libertà alla ricerca della sua indipendenza. Il meccanismo delle società parallele permetterebbe di realizzare le aspirazioni di ciascuno senza coinvolgere forzatamente tutti, in particolare coloro che non vogliono decidere per gli altri o delegare agli altri. Infatti permetterebbe anche a coloro che non vogliono prendere decisioni in maniera autonoma di avviare specifiche istituzioni da essi finanziate e che si occupino esclusivamente di loro.

La realtà sociale preferibile che qui si prefigura non è una realtà che sorge da voli straordinari della fantasia o da imprese ambiziose in cui solo gli aspetti migliori della natura umana trovano collocazione e il resto è scartato per legge. Questa visione rosa che troviamo, in vario modo e misura, nei proclami sociali e nei programmi dei partiti, non è né quello di cui abbiamo bisogno né quello che possiamo avere. Quello a cui dovremmo mirare è un meccanismo sociale, possibile e praticabile, che non pretende di conseguire il compito impossibile, illusorio e idiota di modificare la natura umana (ad esempio, di sopprimere per sempre ogni aggressività) ma che utilizza le inclinazioni umane, anche quelle che sono considerate negative come l’egoismo e l’aggressività, nella maniera migliore e più feconda.

Ad esempio, la cooperazione e la competizione sono aspetti entrambi insiti nella natura umana e non serve a nulla lodare l’uno a scapito dell’altro o cercare di sopprimere l’uno a vantaggio dell’altro, come hanno fatto e continuano a fare insistentemente e inutilmente uomini politici e giornalisti.

C’è stato un periodo in cui la competizione era accettata come la sola dinamica sociale valida (la lotta per l’esistenza), mentre in tempi più recenti la cooperazione è diventata la parola d’ordine.

Ad ogni modo, quello che non è chiaro alle persone fissate in una ideologia è il fatto che, ad esempio, se si sopprime la competizione potremmo dire addio alla competenza e alla persona competente (tutti questi termini hanno la stessa radice etimologica) ed essere instradati verso un mondo da incubo abitato da atomi sociali privi di energie, sfide, ambizioni, e che devono rimanere tali per non compromettere una situazione egalitaria statica.

Per quanto riguarda la cooperazione, questa potrebbe sfociare nel corporativismo, nel nepotismo e in ogni sorta di attività dannosa in cui il gruppo locale o nazionale “coopera” a danno di tutti gli altri.

Quello che invece si richiede è ciò che è stato sostenuto in precedenza, e cioè una realtà sociale caratterizzata da un meccanismo sociale in cui i molteplici aspetti, dimensioni e fattori sono lasciati liberi di operare e a cui dà forma e direzione il libero gioco di tutti gli attori, e in cui nessuno è sostenuto in maniera disonesta da un potere monopolistico sovrastante o messo al riparo ingiustamente per quanto riguarda le sue responsabilità personali.

Se questo meccanismo sociale altamente possibile e preferibile è assente o è ostacolato nel suo funzionamento il risultato è un realtà sociale carente e mutilata e di conseguenza, con tutta probabilità, un essere sociale carente e mutilato. Ecco perché una nuova realtà sociale richiede un nuovo essere umano e viceversa. In altre parole, per realizzare questa realtà sociale preferibile, aperta a molti percorsi possibili per tutti, abbiamo bisogno di un essere umano singolare.
" Dall’idiota di massa seriale all’essere umano singolare"

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