Tra San Giustino (PG) e Sansepolcro (AR), c’è una zona di terreno che per secoli, tra il 1441 e il 1826, ha goduto di un’indipendenza dovuta a un errore dei cartografi vaticani e toscani.
Così è potuta nascere la libera Repubblica di Cospaia.
I delegati cartografi dello Stato Pontificio e del Granducato di Toscana, che dovevano tracciare i confini in quella zona di territorio, sbagliarono la delimitazione del luogo nei loro termini mappali, lasciando così fuori dalle rispettive giurisdizioni quella minuscola area nell’Alta Valtiberina, che si trova tra i torrenti Riascone e Rio di Gorgaccia.
La zona, rimasta fuori dalle mappe dei cartografi, era una piccolissima striscia di terra, larga cinquecento metri e lunga due chilometri.
Gli abitanti di Cospaia, il borgo appoggiato su quella piccolissima porzione di territorio, accorgendosi dell’errore, si dichiararono fin da subito indipendenti e liberi da altre sovranità; tale condizione rimase immutata per secoli...
I cospaiesi si accorsero presto che essere stati dimenticati non era una iattura ma un vantaggio: i loro terreni, immuni dai balzelli, rendevano di più. I commerci crescevano. E quella sconosciuta libertà era inebriante: nessun tiranno, nessun padrone, nessun despota al quale rendere conto. Seduti, allora come ora, davanti alle loro case, guardando al tramonto la splendida pianura sottostante, tra una chiacchiera e l’altra, giorno dopo giorno, presero coscienza del fatto che vivere nascosti se non dava la felicità almeno portava fortuna.
Quel villaggio sulla collinetta si trasformò presto un “porto franco”. E i suoi abitanti realizzarono una repubblica anarchica. In senso letterale.
Nessun governo. Né tasse né soldati. Leggi, carceri, eserciti, polizia, codici, statuti e tribunali non servivano.
Per dirimere le questioni bastavano il consiglio degli anziani e l’insieme dei capifamiglia. Per i servizi di molitura del grano e per le cure mediche i cospaiesi continuavano ad affidarsi agli abitanti di San Giustino. Il curato era, di fatto, l’”ambasciatore” presso il vicino vescovo di Città di Castello e quindi del Papa stesso. Forse era anche l’unico abitante della lillipuziana repubblica che anche sapeva leggere e scrivere. Del resto, a far di conto, i cospaiesi, pensavano da soli.
La loro economia, seppur ancorata all’antica usanza del baratto, cresceva, anche a discapito delle popolazioni limitrofe, vessate da infinite gabelle. Per tutti i paesi vicini quella piccola repubblica era ormai diventato “il paese della cuccagna”. Con tanto di bandiera: metà bianca e metà nera, divisa in diagonale, con quattro “denti” all’estremità destra. Veniva esposta con orgoglio sui tetti del villaggio, esibita nelle feste, issata ai bordi dei campi coltivati dai confinanti contadini papalini e fiorentini, costretti a “marchiare” i loro terreni con meno nobili spaventapasseri.
La repubblica dimenticata di Cospaia andò avanti per quasi 400 anni, senza appartenere a nessuno se non a sé stessa e con soddisfazione dei suoi abitanti.
In tal modo la Repubblica di Cospaia ha rappresentato per diversi secoli, un territorio franco e spesso i contrabbandieri vi trovarono accoglienza per i loro traffici che avvenivano tra Umbria, Toscana e Marche, attraverso la percorrenza di sentieri ben definiti da parte dei contrabbandieri/trasportatori che venivano chiamati spalloni.
I principali prodotti agroalimentari, oggetto di questi traffici illeciti, erano il tabacco e il grano. La Valtiberina, ancora oggi, è una terra di vocazione per la coltivazione del tabacco, una delle tipicità del territorio e rappresenta una fonte economica importante per gli abitanti della zona. La Repubblica di Cospaia ebbe la sua fine nel 1826 con la restaurazione post Napoleonica e il suo territorio venne poi suddiviso tra il comune umbro di San Giustino e quello toscano di Sansepolcro.
Finì così l’incredibile storia della repubblica di Cospaia. Quasi una favola che ancora oggi si racconta ai bambini del paese durante la festa che ogni anno si celebra fra le casette del borgo alla fine di giugno. Bella, come una filastrocca da tenere a mente.
Finì così l’incredibile storia della repubblica di Cospaia. Quasi una favola che ancora oggi si racconta ai bambini del paese durante la festa che ogni anno si celebra fra le casette del borgo alla fine di giugno. Bella, come una filastrocca da tenere a mente.
La Repubblica di Cospaia non ha riconoscimento giuridico corrente, ma il suo originario motto, scritto sul portale della chiesa parrocchiale della cittadina, è sempre attuale: Perpetua et firma libertas (Perpetua e sicura libertà)… e nei tempi correnti questo antico detto assume un significato di immenso valore e rimane sempre à la page.




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