All'età di 14 anni, Kate iniziò la scuola alla Missione di San Francesco. Si diplomò alla seconda media. Sposò un nativo americano della nazione Sioux, Henry Knocks, detto Henry Knocks Off Two (letteralmente "Henry ne fa fuori due"). Da questo matrimonio nacque una figlia, Irene. Nel 1912 sposò Phillip Marshall ed ebbe cinque figli.
Nacque quando le ossa di bufalo sbiancavano ancora al sole e visse abbastanza a lungo da vedere lo sbarco sulla Luna.
Katie Roubideaux nacque nel 1890 nella riserva di Rosebud, appena quattordici anni dopo la battaglia di Little Bighorn. Il suo mondo echeggiava ancora delle voci di Toro Seduto, di Coda Chiazzata e di una generazione che aveva conosciuto la libertà a cavallo. Arrivò in una terra ammaccata ma non spezzata, dove le nonne ancora lavoravano con aculei di porcospino e le ninne nanne Lakota aleggiavano sulle pianure come preghiere.
Ma il secolo che seguì non fu clemente.
Katie visse l’epoca dei collegi, quando i bambini nativi venivano strappati alle loro famiglie e privati dei loro nomi, delle loro lingue, delle loro trecce. L’inglese era imposto. Il Lakota era proibito. Eppure, in qualche modo, si aggrappava a questo linguaggio: ogni sillaba era infilata nelle sue ossa come una medicina.
Vide le cerimonie dichiarate illegali… e poi tornare. Vide il suo popolo ridotto al silenzio… e poi risorgere.
Quando Wounded Knee fu occupata nel 1973, Katie aveva 83 anni. Immaginatela mentre osserva da lontano, vede i guerrieri rimettersi in piedi, sentendo il vecchio battito cardiaco pulsare attraverso nuove voci.
Quando morì, nel 1991, aveva vissuto due guerre mondiali, l’invenzione dell’aeroplano, la Grande Depressione, il movimento per i diritti civili e i primi computer che ronzavano nelle aule.
Ma nonostante tutto, rimase Lakota. Non come un ricordo, ma come un respiro, una lingua e un amore tramandati.
Katie Roubideaux non era solo una testimone della storia: era la storia.
Un ponte tra pelli di bisonte e trapunte a forma di stella. Tra i canti accanto al fuoco dei suoi nonni e le storie della buonanotte sussurrate in Lakota oggi. La sua storia ci ricorda che gli anziani non sono solo custodi del sapere: sono il sapere stesso. E se non ci sediamo e non ascoltiamo, perdiamo qualcosa di insostituibile.
Potrebbe non esserci più. Ma in ogni bambino Lakota che pronuncia la sua prima parola, in ogni Danza del Sole che continua, in ogni storia raccontata, Katie cammina ancora al nostro fianco.
Fonte: www.reteabruzzo.com




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