Lo psicoterapeuta Alberto Pellai, durante un incontro pubblico, affronta un tema cruciale: il conflitto tra la velocità del mondo digitale e il bisogno di lentezza nell’apprendimento infantile.
“Il mantra del mondo brutto è ‘sbrigati, corri, intreccia’“, sottolinea, evidenziando come bambini, per natura, operino secondo un ritmo lento, essenziale per costruire relazioni solide.
La fretta, invece, compromette elementi fondamentali come lo sguardo, la prossimità fisica e la mediazione verbale.
Un esempio emblematico è l’abbandono del vocabolario cartaceo, sostituito dai motori di ricerca: sebbene questi ultimi siano più rapidi, privano i bambini del processo di scoperta attiva, fondamentale per lo sviluppo cognitivo...
Il cervello in evoluzione: plasticità e rischi del digitale
Pellai utilizza una metafora potente: “Il cervello dei bambini è come il DAS: morbido e plasmabile finché lo lavori, ma se lo lasci riposare, si indurisce”.
Durante l’età evolutiva, il cervello è neuroplastico, capace di creare connessioni sinaptiche in modo esponenziale. Tuttavia, l’esposizione precoce agli schermi depotenzia questa capacità.
“Nella Silicon Valley, i figli dei guru digitali frequentano scuole Waldorf, senza dispositivi”, osserva, sottolineando il paradosso di un’educazione che privilegia l’analogico.
Le ricerche mostrano un aumento di ansia, miopia e difficoltà cognitive tra i giovani iperconnessi, mentre attività come la lettura ad alta voce o la scrittura manuale rafforzano l’attenzione e la memoria.
Scuola e famiglia: regole, responsabilità e alternative concrete
Pellai critica l’uso indiscriminato del registro elettronico nella scuola media: “Scrivere a mano nel diario cartaceo attiva funzioni esecutive, pianificazione e memoria”.
Suggerisce di limitare il digitale a scuola (“smartphone-free”) e di promuovere esperienze relazionali reali, come sport o attività creative.
In famiglia, invita a posticipare l’uso dello smartphone almeno ai 14 anni e a stabilire confini chiari: “Se dopo sei mesi con lo smartphone tuo figlio legge meno e esce di meno, qualcosa non funziona”.
L’Australia, intanto, ha vietato i social under 16, mentre in Italia si discute di verifica dell’identità per accedere alle piattaforme.
Pellai non demonizza la tecnologia, ma ne contesta l’uso acritico: “Il digitale è un fattore di rischio, non la causa di tutti i mali, ma va gestito con consapevolezza”.
La sfida? Ricostruire tempi lenti, relazioni autentiche e un dialogo educativo che non deleghi agli schermi il compito di “allenare alla vita”.
Fonte: www.orizzontescuola.it
Fonte: www.orizzontescuola.it





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