mercoledì 4 febbraio 2026

Uno sguardo alla commedia umana

di Luciano Peccarisi

Estratto di Il cervello e i suoi segreti. La maschera della mente.

Per affermarlo brevemente e con precisione: è l’uomo che può fare previsioni, non il cervello. È l’uomo che pensa, non il cer­vello. […] Nessuno presume che l’uomo possa pensare senza un cervello, ma molti sono inclini a credere che il cervello potrebbe pensare senza l’uomo.
Erwin Strauss, medico e filosofo tedesco

In un certo senso, e in quanto questa maschera rappresenta il concetto che ci siamo fatti di noi stessi, il ruolo di cui cerchiamo di essere all’altezza, questa masche­ra rappresenta il nostro vero “io”. L’io che vorremmo essere.
Robert E. Park, La vita quotidiana come rappresentazione, 1969

Se fossimo rimasti simili agli attuali scimmioni presenti sul pianeta, saremmo inclini a credere che il sole giri intorno alla Terra e che la Terra sia piatta al centro dell’universo, e tante altre illusio­ni.
Siamo costituiti da processi automatici, intu­izioni, disposizioni a credere, rappresentazioni del proprio corpo e degli oggetti, assunti implici­ti e aspettative di come gli altri si comporteranno nei nostri confronti...

Alcune maschere più famose della Commedia dell'Arte

Gli organismi si presentano non come strutture che agiscono a caso, ma do­tati di un’azione unitaria verso un bersaglio, con proprietà utili al momento presente, con finalità, con un comportamento al servizio del manteni­mento della vita: attenzione, difesa, ricerca del cibo e della procreazione.

Noi che siamo Homo eloquens, cioè animali par­lanti, possediamo una caratteristica unica, una co­struzione mentale, una spontanea credenza a pos­sedere un’altra essenza oltre al nostro corpo e che lo precede, un’anima, uno spirito, un sé autonomo, un alter ego, un doppio, un’entità indipendente e reale, dotata di intenzionalità e libertà. Un’entità che può essere descritta in una storia di cui si può parlare, discutere, che si può inserire in altre storie molto più grandi. La sensazione animale di esistere legata al corpo si è trasformata nel sentimento della propria individuale presenza incorporea.

Il “sentimento dell’Io” pertanto emerge come la cosa più importante e diventa la facciata del com­portamento che deve essere amministrata e con­trollata da noi attori. Tale figura dell’attore non esiste nel mondo animale, nasce con noi umani con la finalità di autosservarci.
Nasce al fine di al­lestire un complesso edificio di rappresentazione (o, meglio, di narrazione) di sé come individuo autonomo, libero e razionale. Una figura che è il centro del mondo e il mondo non è che una sua propaggine; questa figura interna che guida nella recita l’attore la chiamiamo “coscienza”. 


Lo sguardo dell’attore

Ogni animale nasce in un mondo che già co­nosce. Perché è quello da cui è stato prodotto, quello della palude, del mare, del sottosuolo, del cielo, a seconda che sia un coccodrillo, un pesce, una talpa o un uccello. L’ambiente l’ha generato attraverso il lavoro di taglio e cucito di milioni di anni, perciò gli animali, gli insetti o le piante ci appaiono perfetti proprio per quell’ambiente.

L’animale vede e sa di essere visto, mira e af­ferra la preda, scappa quando si accorge di essere scoperto. Per esempio, la leonessa si avvicina alla zebra di soppiatto, alle spalle, perché sa che così potrà sorprenderla. Gli animali hanno un cer­vello come il nostro, non sanno però guardarsi a loro volta dall’esterno, giudicare il loro stesso comportamento, vedersi da fuori e perciò non sono “attori” come lo siamo noi. Per questo moti­vo appaiono “naturali”, mentre i nostri atteggia­menti spesso sembrano finti e artificiali.

Intorno ai due anni di età, il bambino si sen­te esposto allo sguardo degli altri. 

Sa di essere visibile, soggetto a “foto-grafia”, da “luce più grafia” (“scrittura”, “descrizione”), significa ap­punto “iscritto nella luce”. Intorno a quell’età, da dietro le quinte, entra in scena, si accendono i riflettori, balla, fa il buffone, imita, recita; lo sguardo degli altri lo guida e lo esalta. 
Oltre a essere in mostra per gli altri, è anche osservato da se stesso, quindi è sempre attore.

Da adulto continuerà a esserci sempre lui nel suo schermo, con nome e cognome, vestito, fa­miglia, ruolo sociale, conto in banca, auto ecce­tera. 
Conosce molto di sé e degli altri, sa perfi­no il suo tragico epilogo mortale, perde perciò l’ingenuità infantile e animale. 
L’animale è istinto, impulso, sensazione, azione, ma non si autorappresenta, non si guarda e non si giudi­ca, non possiede una rappresentazione storica, ma solo le sue individuali tracce mnemoniche. 
Noi umani conserviamo tutto, anche le me­morie di chi ci ha preceduto, perché parole e scritture hanno lasciato segni ovunque: edifici, chiese, monumenti, opere artistiche e scientifi­che. Reali e immaginarie: le tragedie greche, i drammi di Shakespeare, l’Inferno di Dante, le musiche di Bach e tutto ciò che l’umanità ha creato con la mente collettiva.

Il vecchio scimmione vedeva solo con gli occhi, toccava con il corpo, sentiva con le orecchie e annu­sava con il naso, non conosceva la morte. Ora vive in mezzo ad altri attori rappresentanti di qualcosa, reale o non reale, concreto o astratto, vivi o morti. Platone, Raffaello, Charlie Chaplin, Giuseppe Ver­di, scrittori, scienziati, poeti degli altri continenti che  non si conoscono direttamente, ma fanno comun­que parte della sua costruzione culturale. 
Parlano della giustizia, della verità, dell’amore, ma ognuno intende queste cose dalla memoria delle proprie esperienze, da ciò che hanno sentito, letto, visto, interpretato gli altri. Tutti parlano di democrazia, di lealtà, di universo, sono concetti e non cose che vedono, toccano, sentono, annusano; esistono in astratto per convenzione perché condivisi da tutti e perciò “reali”. Tutta la società si è forgiata in questo modo innaturale, in una comunità di attori.

Fonte: arenaphilosophika.it

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