giovedì 25 aprile 2019

Che cos'è la preistoria?

Ogni epos è fatto di storia e mito; e la nozione di «preistoria» è un pregiudizio occidentale

di Francesco Lamendola

Che cos'è la preistoria? 

La risposta tradizionale a questa domanda è: «il periodo della storia dell'umanità precedente l'invenzione della scrittura».

Prendiamo, a caso, un testo di buon livello, come il «Dizionario di preistoria» di André-Leroi Gurhan ((titolo originale: «Dictionnaire de la préhistoire», Presses Universitaires de France, Paris, 1988; traduzione italiana a cura di Marcello Piperno, Torino, Giulio Einaudi Editore, 1991, vol. 1, p. 497:

«… Il suo fine è quello di ricostruire la storia degli uomini dalle origini sino alla comparsa dei primi testi […]; non disponendo di documenti scritti, essa si basa essenzialmente sull'esame dei resti della presenza umana, resti generalmente provenienti dagli scavi archeologici.» 

Tuttavia, dal momento che - come tutti sanno - la scrittura compare in tempi diversi nei diversi luoghi, mentre presso numerose popolazioni non compare affatto sino a quando non viene importata ed imposta dall'Occidente moderno, ne deriva che non di «preistoria» si dovrebbe parlare, al singolare; ma, semmai, di «preistorie», al plurale. Il che significa relativizzare, e di molto, un concetto che pareva «assoluto». 

Ma che dire di quei popoli i quali, pur non avendo una scrittura, furono contemporanei di altri popoli, che invece l'avevano, e che ce ne hanno lasciato numerose testimonianze scritte, come è il caso degli antichi Celti, di cui parlano le fonti greche e latine? ...


Ecco allora che, per togliersi dall'impiccio, gli studiosi hanno coniato un termine intermedio fra «storia» e «preistoria»: «protostoria». 

Esso è abbastanza sfumato da lasciare margini sufficienti a coprire tutto quello che non è né l'una né l'altra; ma anche sufficientemente preciso da non lasciar dubbi sul fatto che ci si trova in una circoscritta terra di nessuno, che né gli storici, né gli studiosi di preistoria (a proposito, come li dobbiamo chiamare: preistorici?) osano rivendicare con l'abituale sicurezza, ma che, anzi, si palleggiano con insolita, reciproca cortesia, come la classica patata bollente con cui nessuno desidera scottarsi le dita. 

Ora, se a fungere da spartiacque fra storia e preistoria è stata scelta l'invenzione della scrittura, perché grazie ad essa gli uomini mostrerebbero attitudini a pensare criticamente la propria presenza nel mondo, e quindi appunto a fare della storiografia, allora si cade in un evidente circolo vizioso: la storia sarebbe, infatti, quella fase della vicenda umana nella quale l'uomo diviene capace di indossare i panni dello storico. 

Non solo: si tratta di una concezione che parte da un più che evidente pregiudizio antropocentrico: si dà per scontato, infatti, senza neanche prendersi la briga di dimostrarlo, che solo l'uomo capace di studiare la storia è uomo nel senso pieno e definitivo della parola, è, insomma, un essere civile; mentre le comunità umane che non concepiscono la storia come la intendiamo noi occidentali moderni, sarebbero incivili e non del tutto umane: appunto, preistoriche.

Sviluppando con un minimo di coerenza questa linea di ragionamento, non si può non arrivare alla conclusone che le società umane più lontane dal nostro modello di storia, e quindi di civiltà - come, ad esempio, quelle degli aborigeni australiani - sono rimaste ferme alla preistoria (o, come si usa 2 anche dire, all'età della pietra): nonostante l'evidente incongruenza di definire «ferma» una popolazione vecchia di 40.000 anni, e che è, dunque, la più antica del mondo; e nonostante che gli antropologi abbiano chiarito ormai definitivamente che non esistono società «ferme», ma solo società che evolvono con ritmi e tempi differenti.

Inoltre, se la definizione scolastica della preistoria come età che precede la scrittura fosse accettabile, allora dovremmo avere la coerenza e l'onestà intellettuale di ammettere che tra il mondo degli uomini civili, caratterizzato dalla scrittura e da un rapido ritmo di evoluzione, e quello degli animali, caratterizzato dall'assenza di una struttura logica del pensiero (così, almeno, asseriscono quasi tutti i filosofi, da Cartesio in poi) e da una fissità delle strutture sociali, le culture preistoriche si pongono come una realtà intermedia: vicine alla storia, perché dotate di una (potenziale) struttura logica, ma ancor più vicine alla «natura» - con buona pace del mito del «buon selvaggio» - perché, come le comunità animali, guidate dal solo istinto e perciò bloccate, prive di evoluzione. 

D'altra parte, persino lo studioso più imbevuto di pregiudizi positivisti deve riconoscere che nessuna società umana, per quanto primitiva, è tuttavia priva di un proprio bagaglio culturale, mediante il quale si sforza di spiegare sia la propria storia, la storia del proprio gruppo, sia la storia degli uomini in generale, e - anzi - la storia del mondo e dell'universo.

A tutta prima, questa evidente constatazione dovrebbe introdurre una salutare pulce nell'orecchio del pregiudizio scientista, secondo il quale solo la scrittura significa storia (e cultura), mentre la mancanza di scrittura equivale a non-storia (ossia a natura).

Ma quei signori non si lasciano disturbare da un così esile granello di polvere nell'occhio; essi hanno la risposta pronta a qualsiasi obiezione: e cioè, che i popoli primitivi possiedono, bensì, un più o meno ricco patrimonio di storie orali intese a fornire una ricostruzione del passato, ma che tale patrimonio non ha nulla a che fare con la «vera» storia, essendo «soltanto» mito.

Che il mito sia una forma di storia; o meglio: che il mito sia un altro modo di intendere il passato, certamente diverso, ma non «inferiore» a quello della storia stessa: questo è il dubbio che non li tocca, o dal quale non sono disposti a lasciarsi sfiorare. 

Perché, se lo facessero, dovrebbero guardare un po' più da vicino la nostra tanto sbandierata «storia»: e probabilmente, prima o poi, finirebbero per intuire quello che apparirebbe loro evidente, se non fossero così chiusi e corazzati nei loro dogmi: che tutta la storia, dai tempi di Erodoto e Tucidide fino ai giorni nostri, non ha quasi nulla di scientifico, ma è, piuttosto, un «epos», un epos con una caratteristica fondamentale: che rispecchia sempre e soltanto la «verità» dei vincitori.

A questo punto, chi ci abbia seguiti in queste brevi riflessioni avrà compreso anche dove vogliamo arrivare: al riconoscimento che anche la nostra bene amata «storia», altro non è che un insieme di racconti mitologici, mediante i quali le società umane si sono incessantemente sforzate di propagandare la propria verità, a discapito di coloro quali - sia dentro, che fuori di esse - sono risultati infine soccombenti.

Quale storico inglese degli inizi del XIX secolo ha raccontato la storia della Rivoluzione industriale dalla parte dei luddisti? 

Quale storico americano del tardo XIX secolo ha raccontato la storia della marcia dall'Atlantico al Pacifico (il «destino manifesto») dalla parte dei pellerossa? 

Quale storia studieremmo oggi, sui banchi di scuola, se nella seconda guerra mondiale avesse prevalso il Tripartito sullo schieramento alleato? 

E quale storia studierà la razza futura, umana o forse aliena, destinata a dominare la Terra nel prossimo futuro, quando i grattacieli di New York si saranno sgretolati ed infranti, e una lussureggiante vegetazione acquatica ricoprirà gli edifici della Borsa di Londra o gli Champs Elisées di Parigi? 

Emmanuel Anati, eminente studioso dell'arte rupestre della Valcamonica, ha scritto nel suo libro: «Valcamonica: 10.000 anni di storia» (Capo di Ponte [Brescia], Edizioni del Centro, 1980, pp. 13- 16):

«Per la forma mentis occidentale, negli epos dei popoli primitivi storia e miti si confondono, mentre la propria storia sarebbe immune da tale inquinamento. Gli etnologi e gli storici ritengono speso di sapere separare la storia dalla mitologia nelle tradizioni di culture diverse dalla propria, ma tale separazione sovente riflette anche le caratteristiche cognitive e i condizionamenti concettuali del ricercatore. 

La separazione tra cronaca, storia e mitologia non sempre è esplicita. 

Per liberarsi dai luoghi comuni del pragmatismo scolastico basta che il ricercatore analizzi se stesso, la propria storia, con senso sufficientemente critico per discernere tra cronaca e storia, e per valutare quanto di quest'ultima sia "mitologia". Si renderà allora conto della similitudine del processo formativo della storia in società diverse, e dei vari livelli di "realtà" che esistono in ogni storia e che inevitabilmente si modificano, per un medesimo avvenimento, da generazione a generazione, sia nella cultura occidentale, sia nelle culture tribali di popolazioni che non hanno neppure, nel loro vocabolario, il termine "storia". Ben inteso, ogni società ha le sue caratteristiche di selezione e di accentuazione, di censura e d'idealizzazione, di mitizzazione e di e di smitizzazione, di apologia e di dialettica, ma il processo mantiene le sue costanti.

Può essere istruttivo leggersi un brano di storia edito cinquant'anni fa e comparare la trattazione dei medesimi eventi, nei libri che sono oggi propinati come testi; partire poi dagli specifici fatti di cronaca che sono prefazione della storia e seguire il processo accumulativo delle ricostruzioni, delle ipotesi, delle idee, delle congetture formate attorno ad essi, permette di seguire il processo di storicizzazione e di concepire quale mole di mitologia e di apologia esista in molti brani di storia. La prospettiva cronologica è sempre buon consigliere, anche se il confronto è fatto solo a distanza di cinquant'anni. 

Avere la versione dei protagonisti, di fatti avvenuti cinque o seimila anni or sono, procura una dimensione temporale inconsueta, conduce non solo ad una fortunata possibilità di analisi dei momenti storici che in essi si riflettono, ma anche all'acquisizione di particolari elementi sulla dinamica di formazione della storia e su quel fondamentale aspetto universale della struttura psicologica umana che è la storicizzazione.

La storia di un'epoca, di una civiltà, di un popolo è la conoscenza della vita materiale, del pensiero, del comportamento, delle relazioni e le vicende umane, delle creazioni immaginative, del modo di vedere pensare e sentire dei diretti protagonisti delle vicende: tutto questo visto e compreso nella dinamica delle cause e degli effetti. 

Quelli che, nel momento, sono considerati fatti di cronaca, possono avere o non avere rilevanza per la storia. Nella prospettiva temporale, è ritenuto tale dalle successive generazioni, il resto si cancella nel naturale processo di selezione. 

Ma ciò che è dimenticato in un periodo, può riemergere in un periodo successivo. Anche il processo di storicizzazione ha una dinamica talvolta imprevedibile. L'esigenza di una storia che "spieghi" la presente condizione umana, è sentita in tutte le popolazioni della terra, fin dai nuclei più primitivi. Non esiste tribù che non abbia nel proprio bagaglio culturale una sua storia, spesso carica anch'essa di leggende e di miti. Ma anche a questi livelli, dai miti di origine, dalle complesse narrazioni delle genealogie, si riscontra la presenza di sovrastrutture di apologia che rendono complessa la serena ricostruzione dei fatti. 

Non sempre la ricerca storica si basa su documenti puri, espressioni dirette dei protagonisti; sovente sono usate elaborazioni di seconda mano. Documenti inediti nei limiti del possibile incontaminati dall'apologia, possono trovarsi nelle scoperte archeologiche, rimaste sepolte e ignorate per millenni fino al momento in cui vengono in luce, oppure nei contesti antropologici nei quali le realtà della vita quotidiana, delle relazioni umane, delle esigenze economiche, delle scelte fatte in ogni frangente, appaiono prive dei condizionamenti apologetici e delle mistificazioni che possono accumularsi nel processo di storicizzazione. Ogni cultura, anche la nostra, po’ essere vista come contesto antropologico.

La ricostruzione storica di un periodo del quale si hanno documenti incontaminati da successive rielaborazioni, è motivo di arricchimento del conoscere., del sapere e del comprendere. Esempio eccezionale è quello della Valcamonica che ci fornisce, in un unico contesto, una quantità enorme di dati. Oltre 150.000 figure "preistoriche" hanno l'immediatezza e la realtà storica di documenti 4 creati dai protagonisti di vicende che portarono alla formazione della civiltà europea e che questi fecero per loro stessi, come parte della loro vita e non per la cronaca dei posteri. Loro tramite possiamo rivivere e cerare di comprendere le realtà del passato.


Tramite l'arte rupestre si perviene a raccogliere informazioni sulle vicende e le preoccupazioni dei loro autori, rivelando quei cambiamenti, quegli sviluppi di carattere economico, sociale, culturale e politico, che riflettono di volta in volta i processi storici. 

Nell'ambito dei contesti etnici e sociali vi sono stati capi, guerrieri, sacerdoti e anche uomini di cultura, che hanno ricoperto ruoli preminenti, però quelli da soli non avrebbero potuto operare al di fuori del contesto sociale. L'essenziale di questa storia, come lo vediamo dalle incisioni rupestri e dai documenti archeologici, è l'espressione della comunità, composta dagli individui che operano nel suo ambito. In questa storia vi è una costante relazione dialettica tra individuo e gruppo. Così come l'individuo non potrebbe esprimersi senza il gruppo, il gruppo non potrebbe realizzarsi senza l'individuo. 

Questa storia "culturale" non si è svolta solo tra i popoli senza scrittura ma in tutti i tempi, e si svolge anche oggi. Per quanto riguarda i periodi "preistorici" ovviamente non abbiamo i nomi dei capi tribù, dei regnanti, dei colonnelli o dei dignitari di corte. Raramente abbiamo indicazioni precise di particolari eventi. Sappiamo però che in una certa epoca v'era tal tipo di equilibrio sociale, che un determinato periodo era caratterizzato da instabilità politica e da contrasti tra varie popolazioni o tra queste e i loro capi, o che in altro periodo vi era calma e operosità economica. 

Attraverso le incisioni rupestri e le altre vestigia archeologiche, non sempre ci è dato conoscere la data di una battaglia, il nome dell'eroe che ne determinò l'esito o le sembianze delle sue favorite, ma ci si domanda se realmente siano questi gli estremi che fanno la storia. L'analisi storica porta a ricostruire i processi dell'evoluzione concettuale e tecnologica, dell'introduzione e dell'accettazione di innovazioni culturali, mutamenti intervenuti nella struttura sociale del gruppo e nelle sue attività economiche, i corsi del pensiero che hanno tracciato la strada dell'epopea umana. 
Fino a ieri la storia ufficiale per la zona alpina cominciava in pratica dall'avvento di Roma, 2.000 ani or sono; l'aggiunta di 8.000 anni a questi ultimi 2.000 ci dà una nuova proporzione facendoci conoscere l'enorme bagaglio culturale accumulatosi tramite le vicende travagliate che hanno fato della società umana ciò che essa è oggi.»

Concludendo 

Ogni società umana si pone la domanda delle origini: sia delle proprie, che dell'universo intero. Dalla prima domanda scaturisce la storia; dalla seconda, la religione. 

Ma, limitandoci alla prima, dobbiamo avere l'umiltà di riconoscere che «storia» non è soltanto quella di Tito Livio e di Tacito, o di Michelet e Mommsen; e nemmeno solo quella che i nostri ragazzi studiano sui libri di testo. 

La domanda relativa al proprio passato può assumere varie forme; e quella che assume nelle società pre-moderne - tutte, dalla prima all'ultima, compresa la nostra di un tempo - è, in primo luogo, l'epos, di cui il mito è parte essenziale. 

Il mito, questo disprezzato sapere di serie B, è alla base di tutti i racconti storici di tutte le società umane: con o senza scrittura, con o senza «civiltà». 

Il mito, giova ricordarlo ai presuntuosi antropologi e storici di formazione positivista, non è niente affatto una sorta di scampagnata del pensiero nelle regioni della fantasia pura; nossignori: è qualche cosa di estremamente serio. Il mito è il modo caratteristico di tutte le società pre-moderne (compresa la civiltà contadina occidentale) di rendere conto della condizione umana in generale, e della propria comunità in particolare, guardando ad esse non come a delle improvvisazioni teatrali più o meno geniali, più o meno fortunate; ma come un riflesso dell'inalterabile ordine del mondo, che poggia le sue basi nella dimensione del soprannaturale, e si prolunga nel mondo terreno, in una vicenda che comprende rocce, acque, piante, animali ed esseri umani. 

Il mito, dunque, non è qualche cosa di meno della storia, così come la intendiamo noi moderni, ma, semmai, qualcosa di più: poiché sottende una visione olistica e armoniosa dell'universo, dove ogni 5 cosa è legata al tutto: e agire come se così non fosse, significherebbe turbare l'ordine soprannaturale. 

Possibile che i nostri storici moderni, che pure tanto ammirano lo spirito pratico e costruttivo dei Romani, non si siano interrogati a fondo sulla visione del mondo di una società ove il console non marciava con le legioni, se gli auspici non erano favorevoli? 

Possibile che Platone, scegliendo il mito come la forma letteraria in cui esprimere le più sublimi verità filosofiche, stesse solo giocherellando con la struttura mentale tipica dei cosiddetti primitivi? Possibile che la sua scelta non avesse delle ragioni più profonde, più solide, più ineffabili? 

Questioni sulle quali sarebbe bene che i nostri studiosi di storia, e più ancora di preistoria, si interrogassero a lungo. Solo così arriverebbero a comprendere che tutto il sapere moderno - non solo la storia, ma anche la scienza e la tecnica - altro non è che una variante, l'ultima in ordine temporale, di una struttura di pensiero che è fondamentalmente ovunque la stessa: epica, mitica, magica.

10 commenti:

  1. IL PROGRESSO Viktor Pelevin

    "La gente non capisce minimamente le forze che governano le loro vite. Non capiscono il senso della loro evoluzione. Ciò che si chiama il "progresso", ha fatto mettere l'uomo più in basso delle bestie che vivono in libertà.
    La "bestia" mangia il cibo biologico, vive nelle condizioni climatiche adatte, si muove molto e non sta mai in ansia; questo modo di vivere oggi è accessibile soltanto ai miliardari in pensione. Mentre una persona comune lavora tutta la vita, con la lingua penzoloni, e poi muore di stress, riuscendo, bene o male, a pagare il buco in un formicaio di cemento. L'unica cosa che l'uomo può fare è avviare i propri figli nella stessa ruota."
    Gianni

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  2. ...avviare i propri figli nella stessa ruota….del criceto.

    La gente non capisce minimamente le forze che governano le loro vite…
    il vero problema/tragedia è che non lo vuole neanche capire…: meglio morire che pensare!
    "Un po' di lavoro, un po' di consumo, un po' di famiglia, un po' di sesso, un po' di calcio, un po' di tv e la vita passa senza fare domande." (U. Galimberti)

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    1. La cosa di cui si ha più paura è di fare proprio la cosa che ti rende libero. Robert Tew

      Meglio un preghiera ogni tanto, si fa meno fatica.
      Gianni

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    2. Quando il medico cominciò a raccomandare ai suoi pazienti di cambiare dieta, il giorno dopo cambiarono ... medico.

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    3. 10 Comandamenti degli Indiani d’America.

      1 La Terra è la nostra Madre, abbi cura di Lei.
      2 Onora (rispetta) tutti i tuoi parenti.
      3 Apri il tuo cuore ed il tuo Spirito al Grande Spirito.
      4 Tutta la vita è sacra, tratta tutti gli esseri con rispetto.
      5 Prendi dalla Terra solo ciò che è necessario e niente di più.
      6 Fai ciò che bisogna fare per il bene di tutti.
      7 Ringrazia costantemente il Grande Spirito per ogni giorno nuovo.
      8 Devi dire sempre la verità, ma soltanto per il bene degli altri. 9 Segui i ritmi della natura, alzati e ritirati con il sole. 10 Gioisci nel viaggio della vita senza lasciare orme.

      SONO CONFUSO.
      Non so più chi sono i selvaggi ignoranti e stupidi.
      Gianni

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    4. Ho rispetto dei nativi americani, ma non erano puri e innocenti neanche loro eh. Dicevano tante belle cose e poi scannavano con una facilità che manco Hannibal Lecter.
      Avevano delle usanze aberranti.
      Non prenderei esempio da nessuno, visto che nessuno è senza peccato da scagliare la prima pietra, come dicono che disse un tale.

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  3. Se ti sei posto la domanda, la risposta non tarderà ad arrivare...ma non cercarla fuori di te.

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    1. Per chi cerca fuori di se, nel bene e nel male si affida nell'intervento di in dio.
      Gianni

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    2. Domanda: Ma se la risposta è già dentro di te perché hai bisogno di incolpare qualcun altro di qualcosa che sei tu a creare?
      È nata prima la mente o il mondo?
      Buona risposta 😊

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    3. Domanda impossibile.

      La vita anche semplicissima è stato dimostrato impossibile per eventi naturali.
      Ad esempio una singola semplice molecola di DNA ha le stesse probabilità di essere casuale di un tornado che in una discarica assembla un Aereo 747 perfettamente funzionante.
      Una probabilità di uno seguito da 600 zeri, per la statistica quando si superano i 100 le possibilità sono zero.
      Viene chiamata creazione intelligente.
      Gianni

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