domenica 24 settembre 2017

Il progresso.. cos'è ?

Il «Progresso» è un nome che definisce la qualità di un movimento. Esso infatti indica un movimento dotato di una direzione, un movimento orientato. Si dovrà inoltre aggiungere che la direzione si determina a partire da un punto di approdo, che viene giudicato anticipatamente migliore rispetto al punto di partenza.

Fenomenologicamente, infatti, il progresso è un mutamento che viene allo stesso tempo percepito e valutato, giacché oltre a possedere un orientamento viene giudicato necessario o auspicabile, perché migliorativo rispetto a ciò che lo precede.

Poiché però la coscienza lo percepisce e lo valuta come qualcosa che ancora non si è manifestato ma è appunto solo in procinto di manifestarsi, esso costituisce in realtà il fenomeno di una anticipazione.

Il progresso si inscrive cioè nella coscienza anticipatrice come correlato di un atto valutativo. Si tratta di valutare non una cosa e dunque un oggetto di valore, ma un movimento che, nella dialettica dei tempi, può essere definito al futuro, nel senso che verrà o è venuto «dopo» rispetto un «prima» che costituisce il suo inizio e la sua premessa...


Così anche quando giudichiamo retrospettivamente che in un determinato campo si è riscontrato un progresso, il progresso costituisce il «dopo» rispetto a una condizione anteriore che doveva o poteva essere migliorata. Esso costituisce infatti un risultato e, come tale, può essere definito solo in modo profetico e proiettivo o, alternativamente, solo quando il mutamento appare compiuto.

Proprio perché esso non è qualcosa di tangibile, ma il fantasma di una previsione o il giudizio di valore dato retrospettivamente ad una porzione di storia, esso può essere definito una «idea» sia nel senso di visione che nel senso di classe sotto la quale sussumere fenomeni dotati di una continuità e dunque di una complessità come quelli di un «cambiamento migliorativo».

Tale idea, analogamente ad altri termini che conservano il prefisso latino «pro» derivato dal greco «pros», come processo, procedimento, proprietà, produzione, progetto, promozione, proiezione e simili, indicano un rapporto di completezza del movimento a partire dallo specifico «vantaggio» che il movimento stesso avrebbe nel chiudersi. Il vantaggio è primariamente la stabilità raggiunta o l’ordine: il fatto che il tempo possa essere ordinato secondo un criterio definitivo.

Non vi sono infatti ipotesi di rottura: il movimento indicato è continuativo e si articola fino al mutamento conclusivo. Non vi sono salti o traumi o interruzioni profonde tali che richiamino l’idea di un altro tempo o un’altra storia possibile. La conclusione è univoca rispetto a un movimento continuo.

Il termine «processo» indica ad esempio un’insieme articolato di fasi orientate ad un termine che nel campo giuridico è il giudizio e nel campo scientifico è il risultato di un esperimento.

La «proprietà» indica un rapporto di titolarità dinamica tra persone e cose che è perfezionato in modo inclusivo secondo un nesso di appartenenza che, per correlato verso, esclude tutto ciò che le è estraneo e perciò conclude il movimento in un rapporto di sicura e stabile attribuzione. 

«Progetto», «proiezione», «programma» o «produzione» indicano variabilmente tutti movimenti capaci di chiudere uno sforzo attivo attraverso una direzione altamente calibrata: il movimento indicato non è casuale né finalistico, ma in qualche modo dovuto o voluto, ricercato, auspicato, razionale (poiché è, nel senso di Weber, perfettamente commisurato allo scopo).

Il progresso indica dunque una progressione geometrica da un punto all’altro del tempo storico secondo quella prevalutazione etica, politica, scientifica o economica chiamata miglioramento. In questo senso esso prefigura un ordine secondo un vantaggio: esso va a governare, a partire da un presente anticipatore, cose future individuando quale sia la direzione giusta che lasci intravedere il risultato positivo dello sforzo comune. Il progresso viene indicato retoricamente nel momento del suo inizio: lì, quando il movimento è appena accennato affiora l’ipotesi (affermata come tesi) del «progresso»: che un progresso è in atto o che un progresso è possibile. Come sottolinea Ricoeur, il progresso rende ottativa e poi imperativa la disponibilità della storia, giacché quando un progresso possibile viene indicato esso non è solo auspicabile ma doveroso per tutti coloro che vi sono coinvolti.

Eppure dovremmo chiederci: esiste davvero in sé qualcosa che possa definirsi un progresso? Qualcosa che cioè va in una direzione migliore? E in cosa consiste propriamente questo miglioramento? In un accrescimento quantitativo? In un mutamento qualitativo? In un arricchimento complessivo? E rispetto a cosa?

E’ chiaro che un termine può essere innanzitutto giudicato migliore o peggiore nel suo dinamismo solo rispetto a un altro termine: ma cosa sono questi termini? Sezioni temporali? Momenti storici? Individui? Sostanze? Popoli? Società intere? A quale categoria va ascritta la presunta qualità di un progresso?

La pretesa protoilluminista è stata quella di pensare che il progresso potesse essere ascritto all’umanità intera, intesa nella sua storia.

L’idea del progresso è stata così ascritta all’universalismo della umanità.
«Progresso» e «umanità» costituiscono in verità due termini astratti alla seconda potenza (perché astraggono a loro volta da astrazioni). Il primo astrae da un’idea ben precisa del tempo-movimento il valore della sua conclusione; il secondo astrae dall’idea di uomo o di essenza umana la conseguenza teorica che vi sia una «umanità» universalmente intesa, aldilà delle differenze, delle storie divergenti e delle singolarità individuali. Entrambi al contempo però ineriscono qualcosa di concreto: la concrezione del tempo, della storia umana, della evoluzione della specie.

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