mercoledì 7 dicembre 2016

Il presepe nato da un errore di traduzione

C’è chi aspetta il Natale tutto l’anno e chi vorrebbe sparire su un’isola deserta fino all’Epifania; quel che è certo è che in pochi riescono a sottrarsi ai suoi riti, dai regali sotto l’albero ai pranzi con parentado vario e conversazioni interminabili incluse.

A questo proposito, vogliamo dare un piccolo assist ai traduttori suggerendo un tema perfetto per cambiare argomento quando i discorsi virano su terreni spinosi: perché non sfoderare un errore di traduzione che riguarda addirittura il presepe, il cuore stesso del Natale?

Forse non tutti sanno che… il primo presepe fu realizzato nel 1223 da San Francesco nell’eremo di Greccio (in Umbria), per vedere “con gli occhi del corpo” il Bambino neonato adagiato in una mangiatoia, tra il bue e l’asinello.
Ma dove prese il santo le informazioni per mettere in scena la sua rappresentazione?

La mangiatoia, presto detto, è presente nel vangelo di San Luca; ma dei due animali dal caldo fiato non c’è traccia nei testi canonici. Tuttavia loro presenza (come peraltro quella della grotta) è segnalata nel vangelo apocrifo dello Pseudo Matteo… o meglio, nella sua errata traduzione dal greco al latino!..

Nel testo originale della Bibbia dei Settanta, infatti, Abacuc profetizza che il messia nascerà “en meso duo zoon”, ovvero “in mezzo a due età” (forse a indicare che la sua nascita farà da spartiacque tra due ere), ma il traduttore latino ha confuso il genitivo plurale di zoè (età) con quello di zoon (animale), rendendo con “in medio duorum animalium”.

Questo errore, lungi dal lasciare perplessi i fedeli, scatenò la fantasia popolare, andando a sommarsi all’altra profezia citata nel passo del vangelo apocrifo.

Così si adempì ciò che era stato annunziato dal profeta Isaia, che aveva detto: “Il bue ha riconosciuto il suo proprietario e l’asino la greppia del suo padrone“.

Va detto che questa profezia viene citata a sproposito, dato che in realtà Isaia si lamentava di Israele considerandolo incapace di riconoscere il proprio Dio, a differenza degli animali che sanno riconoscere il proprio padrone. Ma tant’è.

Così i “duorum animalium”divennero automaticamente il bue e l’asino ed entrarono di gran carriera nella tradizione del Natale, al punto che persino i teologi contemporanei (come il papa emerito Ratzinger), pur ammettendo l’errore non hanno la minima intenzione di toglierli dai nostri presepi, e anzi ne giustificano la presenza trovandovi significati simbolici profondamente religiosi.

Insomma, questa bella storia natalizia dimostra come un banale errore di traduzione sia in grado di influenzare non solo santi e fedeli, ma anche un’intera tradizione artistica, la devozione popolare di secoli e… addirittura la teologia ufficiale!


Fonte: linguaenauti.com

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