sabato 3 settembre 2016

I sintomi dell'ego spirituale

I sintomi attraverso i quali possiamo riconoscere se essere affetti o meno da questa “sindrome”, sempre più comune, sono:

1. Etichettarci come “persone spirituali“: iniziamo a percepire noi stessi come “persone spirituali” e, di conseguenza, più “elevate”, rispetto alla massa di “dormienti” che ci circonda. Questo è il primo passo per ammalarci di “Ego spirituale“.
2. Strettamente connesso al punto precedente: tracciamo un confine tra un “noi” e un “loro”, iniziamo a circondarci solo di persone che reputiamo evolute come noi, snobbiamo tutte le persone che dal nostro punto di vista illuminato, viaggiano a frequenze verso cui non abbiamo intenzione di “abbassarci”.
3. Il mondo ci appare come un luogo ostile, i terrestri una razza cruenta e immatura, capace solo di atrocità e facile alle debolezze carnali. Desideriamo sempre più tornare in quel lontano pianeta di una galassia lontana lontana da cui proveniamo…
4. Ci isoliamo e parliamo solo con il nostro maestro spirituale via Skype o con il nostro spirito guida via etere…ma anche questo, d’altronde, dal nostro punto di vista “illuminato”, è normale perchè stiamo percorrendo il sentiero della Buddità.

Se ti sei riconosciuto in uno o più di questi sintomi, fermati un attimo e respira...


L’ego immaturo chiede a gran voce l’illuminazione

Questo è ciò che si scorge guardando bene dentro i variopinti ambienti della cosiddetta spiritualità (qualunque cosa voglia significare questo termine).
“Non sono nessuno nella vita normale. Ma sarò qualcuno in quella spirituale.”
La rinuncia al denaro e al successo come gratificazione ultima dell’ego. L’incapacità di affermarsi come vincente nella vita materiale mascherata da rinuncia alla vita materiale stessa.

Dipendesse da me metterei la regola che solo chi ha raggiunto la piena gratificazione nel mondo della materia può dedicarsi alla ricerca spirituale. Come si è sempre affermato in psicologia – da Jung in poi, passando per la Psicologia Transpersonale – solo un ego maturo e sano, che è stato capace di raggiungere obiettivi concreti in campo lavorativo, artistico, sportivo piuttosto che politico o economico... insomma, solo un ego realizzato, contento di sé, non patologico... è davvero pronto per morire. Gli altri stanno fingendo... recitano una parte... proprio per non morire mai. Si tratta del tristemente noto “ego spirituale”.

La patologica insoddisfazione di un ego immaturo lo indirizza verso una spasmodica ricerca in campo spirituale. Se l’ego non è ancora maturo, autodeterminato, soddisfatto di sé, non potrà mai “rinunciare a sé”; inizierà quindi a cercare nelle “esperienze spirituali” quel completamento di sé che gli è mancato negli altri campi della vita.

Non mi stanco di ripetere che per rinunciare al proprio ego è prima necessario averne uno maturo. Se gli alchimisti avevano previsto l’ »albedo« come tappa intermedia dello svilupppo psicologico di un individuo, la fase in cui si “fabbrica” l’Anima, prima della divinizzazione finale nella »rubedo«... un motivo ci sarà. Un ego abortito darà come risultato una ricerca spirituale deviata, ansiosa, competitiva, intrisa di esperienze mistiche allucinatorie. Questo è ciò che vediamo accadere continuamente: gli ashram sono zeppi di persone FULMINATE che si credono ILLUMINATE.

Ho avuto la sfortuna di comprendere “nella carne” che non c’è nessuno dentro questa forma corporea. Proprio quando finalmente ero “qualcuno”, con una »centratura« perfetta e mi sembrava di avere il mondo ai miei piedi... sono morto. Che sfiga! Ciononostante, nulla di ciò che questo apparato psicofisico ha realizzato nel corso di anni di sforzi è andato perduto. Per esempio, questa forma è rimasta ben conscia delle verità che conosceva prima che accadesse il “fattaccio”; per questo motivo insegno che solo a partite da un ego psicologicamente adulto – sebbene finto – si può verificare una morte iniziatica e ottenere una comprensione diretta della Verità Ultima.

Questo è il motivo per cui a qualcuno succede e a qualcuno no. Se non ci fossero ostacoli, questa comprensione accadrebbe in tutti gli apparati psicofisici del mondo in questo stesso istante. Invece non accade, né a te che stai leggendo, né agli altri. Tu hai capito perfettamente che il tuo “me” separato non esiste e non è mai esistito... ma non accade nulla! Ti senti sempre come esistente dentro un corpo specifico.

Ovviamente, tutti voi, appassionati di Advaita Vedanta, Tao e Zen siete convinti di essere pronti per il “grande salto nell’Abisso”. Oramai le gratificazioni dell’ego le avete lasciate alle spalle. Non siete più come gli altri comuni mortali che ancora compiono sforzi per “ricordarsi di sé”, oppure, più prosaicamente, si preoccupano di mettere da parte i soldi per l’auto nuova.

Invece non è vero. Non siete pronti. Siete come vergini che parlano di Tantra!
Dimostrare che non siete ancora pronti a balzare nell’Abisso è facile. Non siete pronti... perché non vi è ancora successo. In realtà avete ancora necessità di sentirvi un individuo, un “me” dentro un corpo. E il fatto che stiate percorrendo un cammino verso qualcosa che invece si trova QUI e ADESSO, indica che avete ancora bisogno di muovervi attraverso l’ego. Il fatto stesso che decidiate di non fare più nulla, è ancora sempre un bisogno dell’ego. Le vostre azioni vi tradiscono. Non c’è via d’uscita!

Se avessi di fronte una forma corporea nella quale è accaduta questa piena comprensione, le darei ragione. Ma dal momento che di solito a blaterare sull’inesistenza dell’ego e l’inutilità di fare sforzi sono persone che si trovano sul medesimo piano di coscienza di un giornalista sportivo... la loro stessa “mancata illuminazione” le tradisce. Hanno ancora bisogno di temporalità e di sforzi, in qualunque direzione questi sforzi siano condotti.

L’ “ego spirituale” ha spostato le sue aspettative dal mondo della finanza a quello dell’Advaita Vedanta o dello Zen, così da poter finalmente sperimentare la beatitudine. Ma la beatitudine come traguardo di vita non ha più dignità di una carica politica, poiché sono entrambi traguardi disposti lungo il tempo. Sono entrambe esperienze esperite da “qualcuno” dentro un corpo. “Qualcuno” che farebbe meglio a occuparsi delle sue finanze piuttosto che dell’illuminazione!

Finché non siete pronti per accettare la fine del senso di identità separata, cercate l’illuminazione in maniere che vi impediscono di raggiungerla. Desiderate l’Unità ma allo stesso tempo vi opponete ad essa ogni singolo istante della vostra vita. 

L’illuminazione non è altro che la cessazione dello sforzo di opporsi ad essa, perché in verità è sempre presente. È come togliersi un carico dalle spalle scoprendo che il carico non c’era.

Se mi osservo muoio. O meglio... scopro che non sono mai nato.
Nello scoprirmi inesistente e allo stesso tempo sconfinato (=boundless) provo un rilassamento beatifico, ed esplode una risata cosmica. Una vita trascorsa fra preoccupazioni e ansie... per poi scoprire che non c’ero, non ci sono mai stato, non c’era nulla da difendere.

Il confine fra me e il mondo esterno, quel confine che mi fa credere di essere un individuo separato dal mondo che osservo, deve essere ricreato istante dopo istante, in uno sforzo continuo di rifiuto dell’Unità. Proprio perché tale confine non esiste, occorre ricrearlo costantemente, senza sosta. Questo è il peso dell’esistenza, il peso di dovermi mantenere distante dall’Uno per poter continuare a sopravvivere come individuo. Il peso del non voler CEDERE.
Eppure è così semplice. L’illusione ci tiene prigionieri con manette di neve.

Salvatore Brizzi
http://www.salvatorebrizzi.com/


Le seguenti dieci categorie non vanno intese come definitive ma solo come uno strumento per diventare consapevole delle trappole nelle ricerca spirituale

1. LA SPIRITUALITÀ “FAST-FOOD”
. Coniuga la spiritualità a una cultura che celebri la velocità, il multitasking e la gratificazione istantanea, e il risultato più probabile sarà la spiritualità “fastfood”.
Quest’ultima è il prodotto dell’illusione, comune e comprensibile, che la liberazione dal dolore proprio della condizione umana possa essere facile e immediata.
Tuttavia, una cosa è certa: la trasformazione spirituale non si può ottenere in un batter di occhi.

2. LA FINTA SPIRITUALITÀ. La finta spiritualità consiste nella tendenza a parlare, vestirsi e comportarsi come immaginiamo farebbe una persona spirituale. È una sorta di spiritualità imitativa che mima la realizzazione spirituale, così come la finta pelle leopardata imita quella autentica.

3. MOTIVAZIONI CONFUSE. Benché il nostro desiderio di evolverci sia puro e genuino, spesso è contaminato da motivazioni secondarie come il desiderio di essere amati, di appartenere a un gruppo, di riempire il nostro vuoto interiore; la speranza che il cammino spirituale elimini la nostra sofferenza e la nostra ambizione spirituale stessa; il desiderio di essere speciali, migliori, straordinari.

4. IDENTIFICAZIONE CON ESPERIENZE SPIRITUALI.
In questa malattia, l’ego si identifica con la nostra esperienza spirituale e la considera come sua; cominciamo a credere di essere la personificazione vivente di certe intuizioni sorte in noi in determinati momenti. Nella maggior parte dei casi, tale malattia non dura all’infinito, benché tenda a prolungarsi maggiormente in coloro che si ritengono illuminati e/o si comportano da insegnanti spirituali.

5. L’EGO SPIRITUALIZZATO
. Questa malattia si verifica quando la struttura stessa della personalità egoica si imbeve di idee e concetti spirituali. Il risultato è una struttura egoica “a prova di proiettile”. Quando l’ego si spiritualizza, siamo impermeabili a ogni aiuto, a nuove idee o feedback costruttivi. Diventiamo esseri umani impenetrabili e la nostra crescita spirituale si blocca
(in nome della spiritualità stessa).

6. PRODUZIONE DI MASSA DI INSEGNANTI SPIRITUALI. Vi sono molte correnti spirituali alla moda che sfornano una dietro l’altra persone che si ritengono a un livello di illuminazione spirituale ben al di là di quello effettivo. Questa malattia funziona come una sorta di nastro trasportatore spirituale: assorbi questa luce, abbi quell’intuizione e – bam! – sei illuminato e pronto a illuminare gli altri allo stesso modo. Il problema non è tanto che tali persone insegnino, quanto che si
presentino come maestri spirituali.

7. ORGOGLIO SPIRITUALE. L’orgoglio spirituale sorge quando il praticante, attraverso anni di sforzi intensi, ha effettivamente raggiunto un certo livello di saggezza, ma usa questo risultato per chiudere le porte a qualsiasi nuova esperienza. La sensazione di “superiorità spirituale” è un altro sintomo di questa malattia spiritualmente trasmessa. Si manifesta sottilmente attraverso la
sensazione “Io sono migliore, più saggio e superiore agli altri, perché sono spirituale”.

8. MENTALITÀ DI GRUPPO. Anche nota come pensiero di gruppo, mentalità settaria o malattia degli Ashram, la mentalità di gruppo è un virus insidioso che contiene molti elementi tradizionali della co-dipendenza. Un gruppo spirituale decide in modo invisibile e inconscio quali siano i modi giusti di pensare, parlare, vestirsi e comportarsi. I gruppi e gli individui infettati dalla “mentalità
di gruppo” rifiutano le persone, gli atteggiamenti e le circostanze che non rispettano le regole, spesso tacite, del gruppo.

9. IL COMPLESSO DEGLI ELETTI. Il complesso degli Eletti non riguarda solo gli ebrei. Consiste nella convinzione che “il nostro gruppo è il più spiritualmente evoluto, potente e illuminato; in poche parole, è il migliore di tutti”. C’è una grande differenza tra il pensare di avere scoperto la via, l’insegnante o la comunità migliori per sé, e il pensare di aver scoperto “il meglio in assoluto”.

10. IL VIRUS MORTALE: “SONO ARRIVATO”. Questa malattia è tanto potente da essere potenzialmente mortale per la nostra evoluzione spirituale. Consiste nella convinzione di “essere arrivati” alla fine del cammino spirituale. Il progresso spirituale termina ogni qual volta questa convinzione si cristallizzi nella nostra psiche, poiché quando pensiamo di aver raggiunto la fine, ogni ulteriore crescita è impedita.


“L’essenza dell’amore è la percezione”, insegna Marc Gafni, “quindi l’essenza dell’amore di sé è la percezione di sé. Puoi innamorarti solo di qualcuno che riesci a vedere chiaramente, e questo vale anche per te stesso. Amare vuol dire avere occhi per vedere. È solo quando vedi chiaramente te stesso che cominci ad amarti”.
Nello spirito degli insegnamenti di Marc, ritengo fondamentale, in un cammino spirituale, individuare le malattie dell’ego e dell’auto-inganno comuni a tutti noi. È qui che abbiamo bisogno di sense of humour e del sostegno di autentici amici spirituali. Quando sul nostro cammino spirituale ci imbattiamo in ostacoli, a volte è facile cadere nella disperazione, perdendo fiducia nel cammino e stima in se stessi. Dobbiamo mantenere la fede, in noi stessi e negli altri, per poter davvero fare una differenza in questo mondo.

Mariana Caplan
Tratto da: La gazzetta delle Nuvole, aprile 2011

2 commenti:

  1. Bellissimo articolo Catherine! Aimè, mi riconosco in alcuni punti. Ora però torno a mischiarmi coi terrestri ;)

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