giovedì 14 luglio 2016

APNEA

Gabriele Policardo

Si dice che molti non vivano davvero, ma si limitino solo a respirare. Non è così. Occorre respirare per poter vivere. I più sono in apnea. Non da minuti, giorni, ore: da anni.

Sono in apnea perché non «respirano» più aria di quella che consente loro di sopravvivere. Un solo centimetro cubo in eccesso metterebbe in crisi un’intera esistenza, aprirebbe una porta verso la libertà, esigerebbe di fare i conti con la propria parte più grande, che si è messa a tacere. Un solo respiro ampio, a fondo, fatto per sbaglio, li potrebbe far impazzire. Se io ricomincio a respirare, ho fiato per dire «No.» Fermarmi e iniziare da capo. Ho energia, sempre di più, e questa energia mi obbligherà a spenderla in qualcosa di grande e bello. Al servizio degli altri, della bellezza, del giusto, della Vita. 

Se io ricomincio a respirare, devo uscire da tutto ciò che mi soffoca. Da una relazione che mi toglie l’aria, da amicizie o pseudoamicizie che mi tengono ancorato, da professioni e situazioni in cui non posso esprimere la mia unicità e vivere con gioia e successo. Siamo al culmine di una civiltà in asfissia. È il momento più alto e drammatico, quello in cui non si può più rimandare. «Ora muoio, ma un giorno respirerò» non può essere il paradigma della sopravvivenza ancora a lungo. Occorre spazio nell’oppressione, acqua pura nell’anima stagnante, respirazione verticale in questo dramma piatto, orizzontale...


Il respiro è contratto, come lo spirito, come la mente, come la vita: tutte cose che sono — per loro natura — create per l’ampiezza. E noi ci dobbiamo riappropriare di questa ampiezza, costi quel che costi. In molti l’hanno già fatto, in tanti lo stanno facendo. Migliaia di piccole luci si riaccendono, nel buio di questa grande città che sembrava un cimitero.

Ma non tutti ce la faranno: la comodità, l’appartenenza, l’omologazione, le certezze e soprattutto la paura, terranno prigioniere molte persone. E tutti noi dobbiamo averne rispetto. 

C’è chi, per non perdere un’appartenenza, un lavoro, un amore, o semplicemente, il rapporto con i propri genitori, è disposto all’estremo sacrificio: nessuno ha il diritto d’interferire. È già difficile restare a galla, soprattutto in un paese come l’Italia, in cui la depressione appare sempre più come un progetto su larga scala, realizzato attraverso un decennale lavoro di annientamento dell’individualità, delle aspirazioni, del desiderio e del potere intrinseco di ogni singolo cittadino. La rivoluzione della coscienza — l’unica possibile, giusta e necessaria — deve partire da questo singolo individuo. 

Se tu, ora, ricominci a respirare, a porti al centro della tua vita, a prendere da dentro di te, in quello spazio ampio e di guarigione, l’energia, il coraggio, la forza, la creatività, le idee e l’ossigeno di cui vivrai, l’aria intorno a te cambierà e altri potranno riprendere a respirare.

Come dei sub che trovano sul fondo del mare una bombola piena di ossigeno vitale. E lentamente, ma inesorabilmente, ritornano insieme in superficie. Seguendo la luce.

Allora, il mondo sarà già cambiato. 

Non come un velleitario anelito, ma come una piccola, grande conquista vibrazionale e psichica. 

Questa è per me la più grande soddisfazione nel lavoro delle consultazioni: è frequente che qualcuno mi scriva per dirmi cosa è cambiato in lui. 
Ma ancor più spesso, accade ogni giorno che mi dica, sbalordito, di quanto sono cambiati gli altri. Respirare un’aria più alta, che restituisca all’individuo la sua autentica natura di uomo-spirito, non è più soltanto la scelta di una élite di ricercatori: è oggi un dovere morale, per noi stessi, per i figli, per il futuro, per il mondo intero. 
Se tu sei in apnea, chiudi gli occhi. Ritrova la strada dentro di te, quella che sembrava smarrita. Ricollegati al cuore. E ricomincia a respirare.

Fonte: www.facebook.com

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