sabato 3 ottobre 2015

I colpevoli

Francesco Salistrari.

Mi piacerebbe condividere e non rubare od esser derubato dei pensieri che popolano il mio mondo.

Non troppo diversi, né troppo distanti da quelli di chiunque altro. Né originali, né illuminanti, né geniali, ma semplici e diretti, riflessioni ad alta voce sbuffate nella baruffa di ogni giorno.

L’esigere attenzione a tutti costi, come un bambino capriccioso, non mi appartiene per niente, per cui scrivo su questa pagina per tutti e nessuno, lasciando queste parole a seccare fino al loro sparire.

E non posso non guardarmi intorno smarrito, osservando il nostro tempo, con occhi sperduti e colpevoli. Perché quello che vediamo è nostra, e nostra soltanto, responsabilità collettiva.
E’ inutile dare la colpa ai banchieri, ai truffatori, ai politici, ai criminali, o a qualsiasi risma d’umanità che ci cammina accanto.

Se in una terra, maledetta dagli uomini, condannata da un’immane stupidità travestita da scaltrezza, vengono ammassate tonnellate e tonnellate di rifiuti tossici, la colpa è collettiva. Ed i rifiuti solo scarti di queste anime dannate dalla cupidigia e dalla brama di possesso.

E non importa chi ci ha guadagnato e chi si è arricchito, chi è morto e chi è andato via a godere del maltolto. Perché nessuno ha vinto, ma tutti hanno perso. Perché trasformare la terra in un veleno mortale è una sentenza inappellabile per il genere umano nel suo complesso ...



E siamo tutti colpevoli, di fronte a noi stessi e a Dio. E non può esserci perdono o assoluzione per un crimine del genere. Permesso e reso possibile da un concorso di colpa collettivo, in una grande, generale, organizzazione criminale a cui siamo tutti associati.

Il silenzio, l’indifferenza, l’interesse diretto o l’azione concreta, diventano indistinguibili, quando così grandi ed evidenti sono i meccanismi che si mettono in moto.

Non esiste giustificazione alcuna al pianto per i morti di questa esecuzione di massa in cui tutti abbiamo premuto il grilletto. Perché l’omertà indifferente di ognuno di noi, dediti e succubi dei nostri desideri materiali, non ha nessuna attenuante di fronte al danno incalcolabile che abbiamo causato.

Non esistono soltanto uomini senza scrupoli e vittime innocenti, non sempre. Esistono crimini e complicità, oblio e disinteresse, omertà e avidità, in un immenso coacervo che per convenzione chiamiamo umanità. E non possiamo esimerci dal vedere quanto stupido e insensato sia il nostro modo di vivere, non accettato perché imposto, ma scelto, non subito, addirittura desiderato.

E le lamentele che sentiamo da ogni dove, le critiche, le rimostranze, i pianti disperati, la rabbia, il risentimento, la voglia di rivalsa, mascherata da anelito di cambiamento, poche volte sono sincere, disinteressate, leali, perché quasi sempre si tratta del pianto indispettito di un bambino escluso dal gioco.

Le disuguaglianze esistono proprio perché gli esclusi non pretendono che vengano cambiate le regole che disciplinano il funzionamento della società, ma lottano e si sacrificano solo per rientrare nel gioco, per acquisire una nuova e più vantaggiosa collocazione, per ritagliarsi uno spazio nel quale emulare e scimmiottare chi li ha condannati all’esclusione.

La lotta di classe diventa invidia sociale. E lo scontro di interessi inconciliabili viene edulcorato dalla prospettiva consumistica a cui tutti, ci viene raccontato, è data la possibilità di aspirare.

La società del nostro tempo è criminale. Perché criminale è il potere concesso, riconosciuto, accordato, delegato a questi mastri di chiavi dei forzieri del denaro. Perché l’unico, vero, fine del nostro agire sociale, si è ridotto ad essere banalmente possedere e usare denaro.

Consumare la terra e avvelenarla, permettere sofferenze indicibili, raccontarci quella selva di bugie affinché il nostro sguardo sia distolto dalla distruzione congenita alle decisioni che prendiamo tutti ogni giorno, è una responsabilità collettiva da cui non possiamo sottrarci.
Possiamo solo fingere e ingannarci, come narcisi allo specchio.

Tutto qui.

Possiamo raccontarci mille storie, propinarci mille scusanti, lavarci la coscienza con ogni sorta di gesto benefico, con ogni genere di opera caritatevole, con ogni sorta di impresa meritevole. Possiamo rivestirci di tutta la compassione che crediamo di possedere. Possiamo provare ogni sfumatura di sincera contrizione per il male che vediamo circondarci e piangere lacrime che crediamo francamente autentiche: mai nulla potrà perdonarci per ciò che stiamo facendo.
Le migliori intelligenze di questa umanità in decadenza non riescono più a mettersi al servizio di una qualche idea di progresso, perché abbiamo cambiato il senso alle parole e l’abbiamo accettato così, semplicemente e “progresso” è divenuto sinonimo di “crescita economica”, di “produzione materiale”, di “consumo”. Parole come “benessere” sono diventate cornici entro le quali racchiudere il possesso materiale di beni prodotti da vendere e acquistare all’interno di un mercato. Un mercato onnicomprensivo in cui ogni fattore sociale, umano, naturale, altro non è se non un “bene” acquistabile. E “beni” e “benessere” sono diventati la fraudolenta conseguenzialità della volontà collettiva.

Questa umanità non potrà avere alcun futuro se non abbandona il “qui ed ora”. Perché non esiste futuro se non viene declinato al presente. E noi abbiamo smesso di farlo.

Queste parole, questi tratti scuri su un foglio bianco che non esiste nemmeno, questi microscopici impulsi elettrici che sgorgano dalle mie mani insanguinate, non sono nient’altro che questo. Essenzialmente il soliloquio di una folla che si parla senza ascoltarsi e senza comprendersi. Proprio perché non sono il solo che pensa queste cose. Proprio perché non v’è traccia di originalità in ciò che dico. Proprio perché sono millenni che l’umanità si parla addosso senza mutare concretamente il senso del proprio vivere.

E ci saranno sempre sopraffatti e sopraffattori, vittime e carnefici, aguzzini e rematori finché non ci sveglieremo tutti da questa allucinazione che chiamiamo società.

Non potremo mai essere una comunità. Men che meno una civiltà.

Lo siamo solo nelle accezioni fallaci e fraudolente che della società abbiamo dato.

Non sono solo i nostri corpi a decomporsi, ma anche le nostre anime.

Popolo di vigliacchi bugiardi che si autoingannano per un piatto di lenticchie.

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