venerdì 7 agosto 2015

L'urgenza: Smettiamola di far scoppiare i crani!

Marco Canestrari

Cercare, evolvere, divenire illuminati, sono tutte azioni importanti e degne ma esiste oggi una priorità più grande: mentre noi mangiamo, conversiamo, studiamo, lavoriamo, cerchiamo di diventare più colti, facciamo politica, cerchiamo di raggiungere l’illuminazione, milioni di persone uccidono altri milioni di persone. Ogni giorno. Si spara, si fanno esplodere corpi, si corrodono persone nell’acido, si bruciano bambini o si fanno morire di fame intere popolazioni.

Questa azione distruttiva e irrazionale non solo non è utile all'uomo ma è anche terribilmente dannosa per la sua evoluzione. E' fondamentale comprendere che è una priorità fermarsi e smettere di farsi "scoppiare i crani". Immaginiamo l'universo come un grande organismo che evolve e che ha impiegato millenni per creare la terra, l'acqua e un essere intelligente come l'uomo. Nel bel mezzo della sua evoluzione le cellule di uno degli organi di questo organismo iniziano distruggersi a vicenda. Non è uno scenario rassicurante, non è un comportamento razionale. Eppure è ciò che accade. Ma come si fa a risolvere una tale situazione?

Bisogna far comprendere l'importanza del problema e l'urgenza della soluzione. Dire:“fermi tutti”, “fermo mondo”, prima ci si impegni con sentimento d'urgenza a non autodistruggersi, a non farsi sconsideratamente "scoppiare i crani", a concludere l'azione della violenza, dell'odio e della guerra. Solo allora si potrà ricominciare a parlare, a discutere, a cercare il progresso, l’evoluzione, l’illuminazione ...


La causa del problema: La sofferenza

La causa dello "scoppiare dei crani" è la sofferenza....
Ma da dove viene questa sofferenza? 

La sofferenza sta nell’attività stessa del pensiero di voler cambiare qualcosa, di volerla annientare attraverso l’esperienza. E’ l’attività del pensiero di usare l’esperienza, legarsi ad essa e quindi vivere nella minaccia, nella paura di un qualcosa che non esiste. Il fatto di non vedere che si è la fonte della propria sofferenza e di proiettare questa verso l’esterno porta alla limitazione dell’amore, della libertà e dell’intelligenza, porta alla violenza, al far ricadere sull’altro la colpa del proprio dolore e della propria paura. E’ da questo che nascono i conflitti e le guerre: dal conflitto iniziale che sta nel non vedere che si è causa prima della propria sofferenza.

L’uomo soffre e non vuole soffrire e crede che la sofferenza (o la paura) venga da fuori rispetto a se stesso.

Accecato da questa convinzione trova dei nemici da combattere che una volta eliminati non causeranno (finalmente) più sofferenza.

Dunque ci sarà sicurezza e felicità solo dopo aver sconfitto tutti i nemici, annientato tutte le fonti di sofferenza (mio padre che mi considera incapace, mia madre che mi chiede di salvarla, la mia ragazza che mi ha lasciato, il fatto che ho perso il lavoro, il fatto che mi hanno preso in giro, che la mia squadra non ha vinto il campionato, che ho preso un brutto voto). Ma esistono queste fonti di sofferenza? Esiste la minaccia? Se si dove? E quando?

Siamo noi che causiamo la sofferenza

La verità è che non c’è nessuna minaccia, siamo noi la causa di tutta questa paura e sofferenza. Siamo noi, pieni degli errori e delle sofferenze del mondo. Siamo noi causa dei crani che scoppiano. Causiamo tutto ciò agendo e vivendo in base all’esperienza. Vivendo proiettati in un eterno e irraggiungibile futuro costruito a partire dalle idee accumulate nel passato. Ma che cos'è l'esperienza? Non si sente dire spesso che è una cosa utile? Partiamo per capirlo dalla differenza che c'e tra due concetti assai fraintendibili: Memoria ed Esperienza.

La memoria esiste ed è utile. Io parlo italiano, guido la macchina, costruisco una casa con la memoria. Il mio legarmi emotivamente, attaccarmi più forte che posso ad un contenuto della memoria associandogli un piacere o un dolore invece, ovvero quello che più comunemente chiamiamo esperienza, non solo non è utile ma è dannoso.

Il peso dell'esperienza

Continuamente ci portiamo dietro una cassaforte (esperienza, associazione dolore piacere a contenuti memoria) con dentro tutto ciò che fino a quel momento abbiamo deciso che ci fa male o bene. La nostra vita è completamente condizionata dal contenuto di questa cassaforte: carota o scossa elettrica. E’ il nostro padrone, è il nostro torturatore. Portiamo volontariamente questo peso perché così facendo ci concediamo brevi e fugaci momenti di luce, di piacere, di alleviamento, dopo i quali però torniamo nuovamente nel buio. La cassaforte (l'esperienza) è la causa di questa sofferenza e solo se smettiamo di portarcela dietro ovunque andiamo possiamo riuscire ad essere liberi, leggeri e felici.

Come si fa? Non c’è un sentiero da prendere, una dottrina a cui affidarsi. Seguire un metodo fa parte di quell’attività che fa scoppiare i crani. Credi, religioni, metodo scientifico, sono tutti strumenti assai limitati. Non esisterà mai una legge divina o una formula scientifica che spiegherà cos’è l’universo. L’universo è vivo. Il tentativo di spiegarlo con una formula ha la stessa utilità dell'atto di scrivere tutte le informazioni che si hanno su di me su un foglietto e dire: Ecco Gianpaolo, questo sei tu! Sarà sempre necessariamente una rappresentazione parziale di un fatto reale.

Liberarsi della cassaforte: il problema del "come"
Il "come" fa sempre parte del contenuto della cassaforte. Il "come" fa scoppiare i crani! Non c'è una serie di regole da seguire per liberarsi dell'esperienza e vivere senza il peso della sofferenza. Non bisogna aggiungere (si raggiunge l'illuminazione facendo questa cosa particolare per 6 mesi a testa in giù) ma togliere.

Non bisogna mettere ma scartare.
Dobbiamo guardare, riconoscere, vedere. Uno la sofferenza la vuole scacciare attraverso azioni e costrutti mentali, invece deve fermarsi e lasciare che questa si manifesti in tutto il nostro corpo. Dobbiamo vedere che essa è tutto il nostro corpo.

L’unica azione possibile è far luce e conoscere tutti gli angoli della cassaforte e della volontà, riconoscere tutto ciò che sono io e che prima credevo fosse esterno a me, minaccia o fonte di piacere.

La sofferenza non è nell’atto dell’offesa ma nella mia interpretazione di essa. Infatti se viene offeso qualcuno che non conosco io non soffro; la paura non è nella morte ma nella mia interpretazione di essa; infatti ho paura e sono disperato se mi arriva una analisi clinica che dice che ho un cancro e morirò tra 3 giorni anche se era solo uno scherzo del mio amico medico (c’è paura senza che ci sia morte) mentre se sono sereno a guardare un tramonto in pace con me stesso e un cecchino mi spara alla nuca, senza che io me ne accorga, c’è morte ma non c’è paura. Il piacere di mangiare il gelato non è nella molecola del gelato ma nel mio riconoscere quella molecola e associarla ad una sensazione di piacere (a te piace il gelato al pistacchio a me no). Ci leghiamo emotivamente a concetti e idee che non esistono (l'atto di pensare a livello di attività cerebrale di variazione di potenziale elettrico è reale, materiale, i contenuti delle idee e della memoria non sono materia, non esistono, se immagino un elefante o mio nonno morto non sto generando la materia di quell'elefante o di mio nonno).

E’ solo dopo aver capito che lo squalo che ci sta mangiando la gamba e che vogliamo con tutti noi stessi uccidere siamo noi stessi che si può, finalmente, smettere di auto mangiarsi e vivere nel presente senza più paura ne sofferenza.

Un’azione intelligente è un’azione che vede e scarta il falso.
TESTO DI GIANPAOLO MARCUCCI
http://eccocosavedo.blogspot.it/

Nessun commento:

Posta un commento