sabato 6 settembre 2014

Tenebra (Darkness) - George Gordon Byron

Lord Byron scrisse "Darkness" nell’anno 1816, un anno che venne definito “senza estate” a causa dell’eruzione del monte Tambora, nelle Indie Occidentali olandesi. 

Allora si era diffusa una gran paura, quella della fine del mondo. La paura ancestrale di tutti gli esseri umani, sembrava imminente.

Ai giorni nostri suona di nuovo come uno strano monito ...
Catherine


Ho fatto un sogno, che non era soltanto sogno.
Il sole splendente s’era spento e le stelle vagavano al buio nello spazio eterno senza raggio né direzione; la terra gelata girava cieca abbuiandosi nell’aria illune;
venne mattino, passò, tornò senza recare giorno, e gli uomini, presi dal terrore di tanta desolazione, dimenticarono le loro passioni, i cuori agghiacciarono pregando in se stessi per avere luce.

Si viveva tutti intorno ai bivacchi: troni e palazzi di re coronati, capanne e abitazioni d’ogni genere vennero bruciate per fare luce, intere città consumate;
gli uomini si stringevano attorno ai roghi delle case per guardarsi ancora in faccia ...


Felici coloro che dimoravano nell’occhio dei vulcani e dei loro picchi ardenti: un’atterrita speranza era ciò che restava al mondo.
Le foreste date al fuoco, d’ora in ora cadendo incenerite sparivano; i tronchi crepitando si schiantavano e spegnevano e tutto era nero.
I volti umani a quella luce disperante, se la fiamma guizzando li colpiva, avevano un aspetto spettrale. Qualcuno prostrato si copriva gli occhi e piangeva; altri appoggiavano il mento sulle mani giunte e sorridevano; altri ancora correvano su e giù alimentando i roghi funebri e folli d’inquietudine guardavano in alto al cielo offuscato, funebre ammanto di un mondo defunto, quindi imprecando si gettavano in terra urlando e digrignando i denti.
Gli uccelli rapaci stridevano atterriti e sbattendo le inutili ali svolazzavano al suolo; le belve più feroci diventavano docili e spaurite; le vipere s’attorcigliavano e strisciavano tra turbe di genti sibilando senza mordere: le ammazzavano per cibo.
La guerra, per un poco cessata, riprese a saziarsi: un pasto si pagava col sangue e ognuno si saziava ingozzandosi al buio, torvo, in disparte.
Non era rimasto più amore: la terra era tutta un pensiero di morte, immediata e ingloriosa; i morsi della fame rodevano le viscere, gli uomini morivano, ma le ossa e le carni restavano insepolte.
Magro mangiava magro, anche i cani assalivano i padroni; tranne uno: rimasto fedele a un cadavere tenne a bada uccelli, bestie e uomini digiuni presi dalla fame finché altri morti stramazzando attrassero le scarne mascelle; lui non cercò ciboma con pietoso e ininterrotto lamento, e un acuto guaito desolato, leccando quella mano che ormai non rispondeva con carezze, morì.
Poco a poco, la folla perì tutta di fame.
Di un’immensa città in due sopravvissero che erano nemici: s’incontrarono accanto alle braci morenti di un altare dove un cumulo di sacri oggetti era ammassato per un empio uso.
Con mani scheletrite e fredde frugarono e raccolsero ceneri fioche, con esile fiato vi soffiarono un alito di vita destando una fiamma beffarda e, a quel chiarore, alzarono gli occhi per guardarsi in viso: si videro, gettarono un grido e morirono; l’uno morì per l’orrore visto nell’altro, senza sapere a chi la fame aveva scritto sulla fronte: Demonio.
Il mondo era vuoto; prima popoloso e potente, era un grumo senza stagioni, senza erbe alberi uomini e vita: grumo di morte, caos di dura creta. Fiumi, laghi, l’oceano, tutti erano quieti, e nulla si muoveva nel silenzio degli abissi. Navi senza equipaggio marcivano in mare, gli alberi cadevano in pezzi, affondavano giacendo a dormire nell’abisso senza flutti.
Le onde morte, sepolte le maree, la luna, loro signora, già spenta, nell’aria ferma placatisi i venti, sparite le nuvole – inutili per essa: la Tenebra era l’Universo.

Traduzione di Francesco Dalessandro
da Il sogno e altri pezzi domestici, Il Labirinto, 2008


Per chi conosce l'inglese, da gustare in lingua originale:

Darkness

I had a dream, which was not all a dream.
The bright sun was extinguish'd, and the stars
Did wander darkling in the eternal space,
Rayless, and pathless, and the icy earth
Swung blind and blackening in the moonless air;
Morn came and went—and came, and brought no day,
And men forgot their passions in the dread
Of this their desolation; and all hearts
Were chill'd into a selfish prayer for light:
And they did live by watchfires—and the thrones,
The palaces of crowned kings—the huts,
The habitations of all things which dwell,
Were burnt for beacons; cities were consum'd,
And men were gather'd round their blazing homes
To look once more into each other's face;
Happy were those who dwelt within the eye
Of the volcanos, and their mountain-torch:
A fearful hope was all the world contain'd;
Forests were set on fire—but hour by hour
They fell and faded—and the crackling trunks
Extinguish'd with a crash—and all was black.
The brows of men by the despairing light
Wore an unearthly aspect, as by fits
The flashes fell upon them; some lay down
And hid their eyes and wept; and some did rest
Their chins upon their clenched hands, and smil'd;
And others hurried to and fro, and fed
Their funeral piles with fuel, and look'd up
With mad disquietude on the dull sky,
The pall of a past world; and then again
With curses cast them down upon the dust,
And gnash'd their teeth and howl'd: the wild birds shriek'd
And, terrified, did flutter on the ground,
And flap their useless wings; the wildest brutes
Came tame and tremulous; and vipers crawl'd
And twin'd themselves among the multitude,
Hissing, but stingless—they were slain for food.
And War, which for a moment was no more,
Did glut himself again: a meal was bought
With blood, and each sate sullenly apart
Gorging himself in gloom: no love was left;
All earth was but one thought—and that was death
Immediate and inglorious; and the pang
Of famine fed upon all entrails—men
Died, and their bones were tombless as their flesh;
The meagre by the meagre were devour'd,
Even dogs assail'd their masters, all save one,
And he was faithful to a corse, and kept
The birds and beasts and famish'd men at bay,
Till hunger clung them, or the dropping dead
Lur'd their lank jaws; himself sought out no food,
But with a piteous and perpetual moan,
And a quick desolate cry, licking the hand
Which answer'd not with a caress—he died.
The crowd was famish'd by degrees; but two
Of an enormous city did survive,
And they were enemies: they met beside
The dying embers of an altar-place
Where had been heap'd a mass of holy things
For an unholy usage; they rak'd up,
And shivering scrap'd with their cold skeleton hands
The feeble ashes, and their feeble breath
Blew for a little life, and made a flame
Which was a mockery; then they lifted up
Their eyes as it grew lighter, and beheld
Each other's aspects—saw, and shriek'd, and died—
Even of their mutual hideousness they died,
Unknowing who he was upon whose brow
Famine had written Fiend. The world was void,
The populous and the powerful was a lump,
Seasonless, herbless, treeless, manless, lifeless—
A lump of death—a chaos of hard clay.
The rivers, lakes and ocean all stood still,
And nothing stirr'd within their silent depths;
Ships sailorless lay rotting on the sea,
And their masts fell down piecemeal: as they dropp'd
They slept on the abyss without a surge—
The waves were dead; the tides were in their grave,
The moon, their mistress, had expir'd before;
The winds were wither'd in the stagnant air,
And the clouds perish'd; Darkness had no need
Of aid from them—She was the Universe.


Qui si può leggere Les Ténèbres, in francese, tratto da:
Œuvres de Lord Byron, Volume 3 - Di Charles Nodier (Autore), Amedee Pichot (Autore), Baron George No L Gordon Byron (Ideatore)

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