lunedì 24 marzo 2014

I Preadamiti / Praeadamitae (1655) - Gli uomini prima di Adamo

A cura di Giuseppe Lucchesini e Pina Totaro
Traduzione italiana con testo latino a fronte

L’opera I preadamiti uscì (anonima e senza indicazioni di luogo né di tipografo) nel 1655, suscitando «uno dei più clamorosi scandali culturali del XVII secolo». 

L’autore, Isaac La Peyrère (1596-1670), che vi teorizzava l’esistenza di uomini vissuti prima di Adamo, fu accusato di scardinare l’intera tradizione esegetica e i fondamenti stessi dell’ortodossia religiosa. Il libro, ancorato a un ampio commento dei versetti 12-14 del quinto capitolo dell’Epistola ai Romani, sollevava il problema dell’origine della specie umana, delle leggi, del rapporto tra legge naturale e diritto positivo, e avanzava esplicitamente ipotesi di carattere radicalmente poligenetico: era messa in crisi tutta la linearità della «storia sacra», non senza l’eco della scoperta di popoli del nuovo mondo. Nata da un’approfondita disamina delle cronologie bibliche, la tesi di La Peyrère non fu mai disgiunta da tentazioni messianiche. L’idea stessa di una umanità che non discendesse direttamente da Adamo, sottratta al peccato originale, avrà delle complesse e contraddittorie conseguenze in diversi ambiti di studio – dall’ermeneutica biblica all’antropologia, dalla teologia alla biologia –, esercitando per secoli una profonda influenza sull’immaginario occidentale; ma già nel Seicento il pensiero dello stesso Spinoza (e in particolare la sua interpretazione della tradizione teologico-politica) sembra risentire delle polemiche suscitate dalla pubblicazione dei Preadamiti. Diversa e discontinua fu la successiva fortuna dell’opera; se nel XIX secolo la teoria di La Peyrère poté essere strumentalizzata persino dai filoschiavisti statunitensi, essa fornisce in realtà una profonda lezione di antietnocentrismo che mantiene intatta la sua attualità ...




Indice: Introduzione di Pina Totaro - Nota al testo - Elenco dei capitoli in cui si articola l’Esercitazione - Esercitazione sui versetti dodicesimo, tredicesimo e quattordicesimo del capitolo quinto dell’Epistola ai Romani del divino Paolo - Note - Indice dei nomi citati dall’autore - Indice dei nomi

Giuseppe Lucchesini, classicista, ha curato con Pina Totaro l’edizione di Mario Equicola, De mulieribus / Delle donne (Pisa-Roma 2004). Per la collana «Spinozana» ha in corso di pubblicazione il De jure ecclesiasticorum / Del dirito degli ecclesiastici, di Lucius Antistius Constans.

Pina Totaro è ricercatrice del Consiglio nazionale delle ricerche presso l’Istituto per il Lessico intellettuale europeo e storia delle idee. È autrice di numerosi saggi sul pensiero filosofico e scientifico dell’età moderna, dal Rinascimento all’Illuminismo. Per l’edizione delle opere di Spinoza, ha curato il Tractatus theologico-politicus, in corso di pubblicazione presso l’editore Bibliopolis (Napoli).

Recensioni
Che facciamo dei pre-adamiti?
Umberto Eco «La bustina di minerva» 03-04-2003
Un'interpretazione originale nel concetto di peccato e di legge divina
Isaac La Peyrère «Il Denaro» 05-08-2006
Se Adamo non fosse il primo uomo?
Rosario Diana «Il Denaro» 05-08-2006
Suggerimenti bibliografici dall'Olanda del '600 per capire la tolleranza
Alessandra Iadicicco «Il Foglio» 23-11-2004
Gli uomini prima di Adamo
Paolo Rossi «Il Sole 24 ore» 30-01-2005

Fausto Fraisopi «Nouvelles de la Republique des lettres» 30-11-2004

Che facciamo dei pre-adamiti?
Umberto Eco «La bustina di minerva» 03-04-2003
Avevo detto sin dall'inizio di questa rubrica, ormai diciotto anni fa, che non vi avrei trattato necessariamente argomenti d'attualità – ovvero che se una sera mi fosse accaduto di rileggere un canto dell'Iliade avrei considerato di attualità le riflessioni che mi aveva suscitato.
Ed ecco che, mentre venti di guerra sconvolgono il mondo, ho trovato su un catalogo d'antiquariato librario un volumetto che cercavo da tempo e giudicavo introvabile. Introvabile perché, come vedremo, quell'opera era stata condannata al rogo, anzi il rogo l'aveva rischiato l'autore, e immagino che sia lui che l'editore si siano affrettati a far sparire le copie in loro possesso. L'ho trovato per una cifra quasi irrisoria, non perché l'antiquario non ne conoscesse la rarità, ma perché si tratta di un libretto di piccole dimensioni, di nessuna piacevolezza grafica e tipografica, e che nessuno (salvo qualche studioso) muore dalla voglia di ospitare nei propri scaffali.
Si tratta della raccolta di due trattatelli, Prae-Adamitae e Systhema theologicum ex praeadamitarum hypothesi, pubblicato nel 1655 da un protestante, Isaac de la Peyrère. Cosa diceva di straordinario il suo autore, tanto da essere poi costretto, per salvare la pelle, a farsi cattolico e sottomettersi al papa?
Si era in un'epoca in cui fiorivano studi su una lingua madre all'origine di ogni civiltà, di solito identificata con l'ebraico di Adamo, ma al tempo stesso, a ormai un secolo e mezzo dalla scoperta dell'America, arrivavano notizie sempre più ricche su quelle popolazioni lontane, per non parlare dei risultati di altre esplorazioni e viaggi, sempre più frequenti, in altri paesi esotici, compresa la Cina. E negli ambienti "libertini" stava prendendo piede un'ipotesi attribuita ad Epicuro (lettera a Erodoto) e poi ripresa da Lucrezio, in cui si diceva che i nomi non erano stati imposti una volta per tutte e in una lingua privilegiata all'inizio del mondo, ma dipendevano dalla varietà con cui le varie stirpi umane avevano reagito alle proprie singolarissime esperienze. Così stirpi diverse avevano dato origine in modi e tempi diversi a diverse famiglie di lingue (e di cultura).
Ed ecco apparire la proposta di Isaac de La Peyrère, calvinista, che nel suo libro, interpretando in modo certamente discutibile alcuni testi biblici (perché doveva pur trovare pezze d'appoggio ortodosse alla sua tesi alquanto eterodossa), avanza l'idea di una poligenesi dei popoli e delle razze. La Peyrère si rende conto che le cronologie bibliche, con i loro seimila anni o giù di lì dall'inizio del mondo, erano troppo ristrette rispetto alle cronologie dei Caldei, degli Aztechi, degli Incas e dei Cinesi, specialmente per quanto riguardava i loro racconti sulle origini del mondo. Sarebbe dunque esistita un'umanità pre-adamitica. Ma se così era, questa civiltà (che egli identificava con quella dei Gentili, ma poteva essere identificata con altre razze) non poteva essere stata toccata dal peccato originale, e sia il peccato che il diluvio riguardavano soltanto Adamo e i suoi discendenti in terra ebraica. D'altra parte l'ipotesi era già apparsa in ambiente musulmano, ed elaborando dal Corano, nel X secolo Al Maqdisi aveva accennato all'esistenza di altri esseri sulla terra prima di Adamo.
Si capisce quanto potesse apparire eretica la proposta. Essa metteva in questione il diluvio universale, perché se sull'arca si erano salvati solo i familiari di Noè esso avrebbe dovuto distruggere tutte le altre stirpi, che invece avevano continuato a prosperare; ma metteva anche in dubbio la centralità, per la storia umana, della passione di Cristo. Solo una piccola parte dell'umanità aveva commesso il peccato originale ed aveva dunque bisogno, per salvarsi, di essere redenta. Insomma, seimila anni di storia sacra ridotti a un piccolo incidente mediterraneo. Altro che rogo.
Si noti che della tesi di La Peyrère qualcuno potrebbe dare un'interpretazione razzista, pensando che i suoi pre-adamiti fossero delle popolazioni superiori rispetto alla stirpe giudaica. In effetti egli era su posizioni opposte, di grande interesse e apertura ecumenica rispetto alla tradizione ebraica. Semplicemente egli stava compiendo una singolare operazione anti-etnocentrica, cercando di mostrare che l'universo mondo, e la civiltà, non siamo soltanto "noi", ma anche gli "altri", i quali anzi avevano più storia della civiltà giudaico-cristiana.
Ed ecco che la casualità della mia piccola riscoperta si rivela, se non meno casuale, almeno più provvidenziale di quanto credessi all'inizio, oggi che di nuovo ci lasciamo accecare dall'idea di una crociata contro chi di noi (pensiamo) ha meno storia e meno titoli di nobiltà. Quanto alle sue dimostrazioni, La Peyrère aveva sbagliato quasi tutto ma, quanto allo spirito di apertura a civiltà diverse, il povero perseguitato, e il suo maltrattatissimo libretto, ci possono ancora far meditare.

Un'interpretazione originale nel concetto di peccato e di legge divina
Isaac La Peyrère «Il Denaro» 05-08-2006
Per gentile concessione dell’Editore Quodlibet di Macerata, pubblichiamo uno stralcio dal libro di La Peyrère:
Paolo apostolo, nei versetti 12-14 del capitolo V dell’Epistola ai Romani scrive:
“12. Come a causa di un solo uomo il peccato è entrato nel mondo e attraverso il peccato la morte, così anche la morte ha raggiunto tutti gli uomini, perché tutti hanno peccato.
13. Fino alla legge infatti c’era peccato nel mondo, anche se il peccato non era imputato, poiché non esisteva la legge.
14. Ma la morte regno da Adamo fino a Mosè anche su quelli che non avevano peccato a somiglianza della trasgressione di Adamo, il quale è figura di colui che doveva venire”.
Di solito gli interpreti spiegano il “fino alla legge” del tredicesimo versetto riferendo tale espressione al tratto di tempo che intercorse da Adamo a Mosè, periodo durante il quale, com’essi affermano, il peccato, pur essendo presente nel mondo, non veniva annoverato a delitto (cioè, come si dice comunemente, non veniva imputato). Essi sostengono quindi che il peccato cominciò ad essere imputato a partire da Mosè, e non a partire da Adamo…
[Paolo] intese… dire proprio quanto segue, e questo è il senso generale del passo: Gli uomini, respinti da Dio a causa di un solo uomo-peccatore, tornarono alla grazia a causa di un solo uomo-Dio. Il peccato entrò nel mondo a causa di un solo uomo-peccatore, che trasgredì la legge di Dio: l’assoluzione da quel peccato, definita “giustizia” e “giustificazione”, entrò nel mondo a causa di un solo uomo-Dio, che obbedì alla legge divina, e fu reso capro espiatorio per la colpa di quell’uomo-peccatore. Quell’uomo peccatore era figura, ma figura antitetica, di quest’uomo-Dio. L’Apostolo volle tuttavia che nel contrasto di tale opposizione la grazia di quest’uomo-Dio risultasse, per così dire, “più imputata” della trasgressione di quell’uomo-peccatore: che la giustificazione dell’uno avesse un valore superiore del delitto dell’altro, e che l’obbedienza dell’uno fosse più piena e potente della resistenza dell’altro. In ciò eterna vige l’antitesi tra l’uno e l’altro. Quegli è Adamo, questi è Gesù Cristo; quegli è il primo Adamo, questi è il secondo Adamo. L’Apostolo afferma inoltre che, per la violazione — da parte del primo uomo, Adamo — di quella legge divina, tutti gli uomini divennero avversari e nemici di Dio; che tutti gli uomini peccarono a causa della trasgressione di quella legge; che per la disobbedienza di quell’uomo tutti gli uomini furono resi peccatori; che a causa di quel peccato — cioè per la trasgressione di quella legge — la morte raggiunse tutti gli uomini, regnando su di loro. E l’Apostolo ha dimostrato tutto questo in modo più che evidente: né possiamo diventar ciechi davanti a tanta luce, se non — eventualmente — perch’essa è abbagliante. Egli ha cioè dimostrato — come ci appare ormai chiaro — che l’imputazione del peccato ebbe inizio a partire dalla trasgressione della legge data ad Adamo, e non a partire dalla legge data a Mosè, e che detta imputazione cominciò con Adamo e cessò in Cristo. Qui non c’è infatti antitesi fra Mosè e Cristo: il divino Paolo ha in questo capitolo costituito Adamo quale tipo, o unico antitipo, di Cristo… La mia posizione… non determina alcuna difficoltà. Anzi, ne intravedo molteplici vantaggi: illumina di potente luce tanto il Vangelo ed i versetti del divino Apostolo quanto la storia della Genesi; concilia la Genesi ed il Vangelo con l’astronomia degli antichi, nonché con la storia e la filosofia dei popoli — fin dei più antichi. Pertanto, se avessero voluto provarvisi i Caldei…; se avessero tentato gli antichissimi storici egizi, onusti delle loro antichissime dinastie regali; se pure vi si fosse sforzato Aristotele stesso, oppure, con Aristotele, i Cinesi (filosofi e storici probabilmente eccelsi); oppure, se avessero potuto sottoporsi alla prova i dotti (se mai se ne troveranno) di sconosciuti popoli australi o settentrionali, cui (come gli eruditi cinesi, egizi e caldei) fossero da innumerevoli anni tramandate e note le proprie vicende storiche — se, dicevo, tutti costoro si fossero fatti avanti, avrebbero compreso senza difficoltà la storia della Genesi, ove ne avessero seguito la mia esposizione, e sarebbero più volentieri divenuti cristiani…
Di una cosa voglio particolarmente pregare il mio benevolo lettore: che consideri quanto ho qui esposto una mera esercitazione. Non oserei infatti sostenere una tesi che fosse insufficientemente congruente all’opinione accettata da tutta la Chiesa, ai cui insegnamenti — lo ribadisco solennemente — mi rimetto senza riserve, senza doppiezza e devotissimamente.

Se Adamo non fosse il primo uomo?
Rosario Diana «Il Denaro» 05-08-2006
Nato nel 1594 a Bordeaux da una famiglia ugonotta appartenente alla nobiltà di toga, trasferitosi a Parigi verso il 1630, Isaac La Peyrère nel 1655 pubblicò anonimo e senza indicazione di luogo ed editore — in realtà ad Amsterdam, dove si trovava "al servizio degli eserciti mercenari spagnoli del principe di Condé" (S. Zoli, Il preadamitismo di Isaac La Peyrère nell’età previchiana e il libertinismo europeo del Seicento, in questo "Bollettino" XXI (1991), p. 62) — un libro che conteneva due suoi scritti latini: il primo — quello di cui ci stiamo occupando, finora mai tradotto in italiano — più esile, intitolato Praeadamitae sive Exercitatio super Versibus duodecimo, decimotertio, et decimoquarto, capitis quinti Epistulae D. Pauli ad Romanos, quibus inducuntur Primi Homines ante Adamum conditi [I preadamiti, ovvero Esercitazione sui versetti dodicesimo, tredicesimo e quattordicesimo del capitolo quinto dell’Epistola ai Romani del divino Paolo, versetti nei quali si introducono i primi uomini creati prima di Adamo: testo edito in italiano nel 2004, con testo latino a fronte, a cura di G. Lucchesini e P. Totaro, Macerata, Quodlibet]; il secondo, più ponderoso, intitolato Systema theologicum ex Praeadamitarum hypothesi, un titolo ambizioso certo (Systema), ma che con ragionata e ragionevole prudenza attribuiva all’idea di un mondo preadamitico un carattere ipotetico (hypothesi); così come quello della prima opera, con non minore e non meno comprensibile prudenza, voleva ricordare al lettore che il lavoro era stato scritto a puro "scopo di esercitazione".
Tutte queste premure non erano fuori luogo, se pensiamo che l’Exercitatio, pubblicata dopo aver conosciuto una circolazione manoscritta quasi ventennale, incorse nella condanna dell’autorità religiosa e civile. L’autore conobbe il rigore dell’Inquisizione spagnola: fu, infatti, arrestato ed imprigionato a Bruxelles — a quel tempo sottoposta al governo della Spagna — e considerato un "epigono" di Giordano Bruno (cfr. S. Zoli, Il preadamitismo…, cit., p. 63); ma, privo della tempra e del coraggio del Nolano e temendo un annoso processo dall’esito per lui tragico, ben presto abiurò le tesi preadamitiche e la sua fede calvinista, abbracciando il cattolicesimo.
Non è escluso, inoltre, che alla base dell’espulsione di Spinoza dalla Sinagoga nel 1656 ci possa essere l’"influenza diretta esercitata dai temi trattati da La Peyrère" (P. Totaro, introduzione al volume, p. XXII).
Come recita anche il titolo, lo scritto sui preadamiti vuole presentarsi in realtà come un’"esercitazione" esegetica sui versetti 12-14 del capitolo V dell’Epistola ai Romani di Paolo di Tarso, nei quali si accenna all’ingresso della legge, del peccato e della morte (quale pena per la trasgressione adamica) nel mondo e si ragiona sulle figure di Adamo e di Mosè.
La tesi poligenista — contrapposta a quella tradizionale monogenista — viene presentata da La Peyrère. come l’interpretazione del passo paolino e del racconto biblico della creazione più adeguata a dare ragione di quei popoli e di quei documenti antichi "(caldaici, egizi, scitici e cinesi)" o di quelli comparsi sullo scenario della storia europea in età moderna (la "stirpe messicana" e le "genti australi e settentrionali") solo a prezzo di gravi forzature riconducibili ad una presunta primogenitura adamitica. L’idea di una creazione originaria diversificata nello spazio geografico e, diremmo noi, multiculturale, avrebbe consentito — secondo La Peyrère — di conciliare "la Genesi ed il Vangelo con l’astronomia degli antichi" e con le culture “altre”, ad esempio, quelle americane, rendendo così più agevole la conversione al cristianesimo.
Si trattava, dunque, di evitare che le “diversità” impostesi in età moderna con le scoperte geografiche si costituissero come storie “altre” ed eccentriche rispetto a quella biblica e, parallelamente, di conservare a quest’ultima lo status di fonte originaria dell’unica, possibile storia universale. La tesi eretica dell’autore svolgeva perciò in termini inversi la stessa funzione della vichiana "boria dei dotti" e "delle nazioni": quella riconoscendo e salvaguardando le remote origini rivendicate dai popoli antichi e moderni, questa negandole recisamente. Entrambi — La Peyrère e Vico — con un intento comune: interdire la pluralità delle storie riducendola all’unità di una sola storia; un intento che, per quanto gravato da una tenacia — comprensibile per quel tempo — ad occultare le differenze piuttosto che ad esaltarle, potremmo definire addirittura interculturale ante litteram.
Nella lettura di La Peyrère, Adamo, non più unico progenitore del genere umano, diventa il “primo” uomo a cui la divinità, con il divieto di cogliere il frutto proibito, consegna quella legge che fonda anche la possibilità del peccato — dal momento che la trasgressione può darsi solo in presenza di una norma — e fa della morte, evento prima di allora solo naturale, la giusta punizione per la disobbedienza adamica.
Ma, se Adamo è quell’uomo per mezzo del quale la legge divina, il peccato e la morte come pena si consegnano all’intero genere umano (anche a quello preadamitico) ed è — nel quadro di un’ermeneutica squisitamente figurale — l’antesignano per antitesi di Gesù Cristo, quest’ultimo, figura di compimento, si collega per contrapposizione al suo predecessore, in quanto salva il genere umano tutto (compreso quello preadamitico, che, per trovare salvezza in Cristo, doveva perdersi anch’esso con Adamo), redimendolo dal peccato originale.

Suggerimenti bibliografici dall'Olanda del '600 per capire la tolleranza
Alessandra Iadicicco «Il Foglio» 23-11-2004
Ricevuti e archiviati appena tre settimane fa, ancora profumati di inchiostro fresco e immacolati dello (sporchevolissimo) biancore delle copertine delle Edizioni Quodlibet. Pronti, insomma, per essere sistemati nello scaffale dei documenti di prezioso valore teoretico, teologico, storico filosofico, e destinati a ricoprirsi molto alla svelta di polvere. Nel contesto di un archivio diverso, dell’Archivio di idee che, per incominciare, raccoglie le due relazioni di Giuliano Ferrara e Massimo Cacciari in tema di “Disordini a sfondo religioso in Olanda e in particolare ad Amsterdam”, i due scritti di Jarig Jelles – “Professione della fede universale e cristiana” (a cura di Leen Spruit) – e di Isaac de La Peyrère – “I Preadamiti” (a cura di Pina Totaro) – non hanno la faccia di volumi (presto) polverosi. E’, invece, roba che scotta. Contengono, semmai, polvere esplosiva: quella che nell’Olanda secentesca innescò la crisi della coscienza europea, catalizzò il ripensamento della tradizione teologica e filosofica moderna, accese gli strali della Chiesa e della comunità ebraico-portoghese di Amsterdam contro il maledetto Baruch, il Benedetto Spinoza. Prendiamoli in mano (e maneggiamoli con cautela) per vedere meglio di che si tratta. Il primo dei due testi citati, scritto nel 1673, pubblicato nel 1684, tradotto ora per la prima volta in italiano sulla base dell’unica copia esistente al mondo (si trova alla biblioteca dell’Università di Amsterdam, segnatura OK 65-512) è indirizzato allo scomunicato autore dell’“Ethica ordine geometrico demonstrata” e porta la firma del curatore dell’“Opera posthuma” di Spinoza, nonché finanziatore della pubblicazione (in vita) degli studi spinoziani su Cartesio (“Renati Des Cartes principiorum philosophiae”) come del famigerato “Tractatus teologico-politicus” in cui si teorizzava la radicale separazione tra teologia e filosofia. Jelles dunque, intimo del pensatore-molatore di lenti, suo amico e corrispondente e, come lui, commerciante (pare si frequentassero alla Borsa di Amsterdam), condivise con il grande maestro anche temi scottanti di riflessione. Quello, per esempio, della liaison dangereuse tra ragione e cristianesimo che, nel Seicento olandese, diede luogo a roventi polemiche e conflitti: il contrasto tra Arminiani e Gomaristi, la Querelle di Utrecht, la lotta dei calvinisti contro il protestantesimo eterodosso, lo scontro tra Colleganti e Mennoniti, il processo ad Adriaan Koerbagh e, infine, la proibizione degli scritti teologico-filosofici di Baruch Spinoza. Una controversia intricatissima: quanto il groviglio di radici che avrebbe alimentato lo stesso ceppo da cui, contrapposti, si sono biforcati i due rami del pensiero e della religione europei. Estratte dal terreno della Repubblica delle Sette Province – i Paesi Bassi del XVII secolo – analizzate con argomentazioni “more geometrico”, illuminate da “concetti chiari e distinti” – vale a dire nello stile dei due massimi esponenti della nuova cultura filosofica dell’epoca: Spinoza e Descartes – quelle radici paiono meno oscure.
Un’idea, anzi, mettono bene a fuoco: quella (Spinoza ne restò scottato) dell’autonomia dell’intelletto anche in materia scritturale, del libero confronto critico filologico con una Verità che non si voleva “rivelata”, della “Libertas philosophandi” anche in tema di fede. Poi ci sono i Preadamiti: che si presentano scandalosamente da soli, semplicemente annunciando il proprio nome, quali inconcepibili predecessori, precursori, ineffabili progenitori di Adamo. Li immaginò e ne disse il francese Isaac de La Peyrère, nel testo che uscì anonimo e privo di indicazioni di luogo o tipografia nel 1655, ma che scatenò uno dei più clamorosi scandali dell’Europa del Seicento. E si capisce bene perché, visto che il suo motivo cruciale – scandaloso a tutt’oggi – è quello del peccato, e della sua imputabilità alle creature, precedenti o discendenti dal primo uomo, in base alla legge divina. Per farla breve, la tesi dei “Praedamitae” (da leggere ora per la prima volta in italiano, nella traduzione di Giuseppe Lucchesini) è che esistesse un’umanità più antica non solo dell’istituzione delle tavole mosaiche al popolo ebraico, ma anche della legge adamitica rivolta all’intera comunità degli uomini. In occasione della pubblicazione del suo “esercizio” (era, formalmente, un esercizio di ermeneutica, eseguito sull’Epistola di san Paolo ai Romani) La Peyrère soggiornò sei mesi ad Amsterdam e venne in contatto con l’entourage di Spinoza, esercitando sul filosofo – sostenne Leo Strauss – un potente influsso e stimolo sul suo criticismo biblico. L’idea che, rinfocolato dalla rivoluzionaria antropologia preadamitica, il teoreta olandese andava maturando era ancora quella: che l’intelletto naturale è in grado di perseguire il bene e le virtù “per propria eccellenza, non per imposizione di una legge”, che la conoscenza intellettuale, poi, “rappresenta la massima espressione della libertà”. Un’idea da sostenere nell’Olanda di ieri o nell’Olanda di oggi: anche a costo di soccombere.

Gli uomini prima di Adamo
Paolo Rossi «Il Sole 24 ore» 30-01-2005
Isaac La Peyrère, “I preadamiti”, a cura di Giuseppe Lucchesini e Pina Totaro, edizioni Quodlibet, Macerata 2004, pagg. XL-172, euro 20,00.

In una veste graficamente molto elegante vede la luce l’ottima traduzione italiana (annotata con sobrietà e precisione) di un testo pubblicato anonimo nel 1655 (ma scritto da Isaac La Peyrère) che mise a rumore l’Europa. Sulla base di un’interpretazione di quattro versetti della Lettera ai Romani di San Paolo, vi si sosteneva la tesi che prima di Adamo fossero esistiti altri uomini.
Questa edizione è inserita in una serie di fonti e studi per la storia dello spinozismo intitolata Spinozana e diretta da Filippo Mignini (che è noto, non solo in Italia, come uno dei maggiori studiosi di Spinoza). Agli studi spinoziani anche Pina Totaro ha dato significativi contributi e la seconda parte della sua introduzione contiene pagine importanti sulla presenza di La Peyrère in Spinoza e sulla trasfigurazione che, nel Trattato politico, subiscono le nozioni di legge, trasgressione e peccato che sono al centro del nostro testo. Forse perché esclusivamente interessata agli esiti spinoziani, Totaro, presentando il suo autore, non fa alcun cenno al rapporto che intercorre fra le tesi di La Peyrère e la lunga e complicata vicenda delle discussioni sulla storia umana e sulla storia della natura.
Gli uomini dell'età di Cartesio ritenevano di vivere a seimila anni di distanza dalla creazione del mondo. Alla fine del Settecento, Kant parlava di una natura che ha miriadi di milioni di anni. Nel corso di centocinquant’anni la storia del mondo si era improvvisamente allungata all’indietro. Quella “scoperta del tempo profondo” che Stephen Toulmin studiò alla metà degli anni Sessanta e sulla quale Stephen Jay Gould ha scritto un libro affascinante (entrambi sono tradotti da Feltrinelli) riguarda sia la storia della natura sia la storia umana e “combinò le percezioni di quelli che noi oggi chiamiamo teologi, archeologi, storici e linguisti, oltre che dei geologi”.
Quella scoperta trasse alimento dall’idea di una sorta di sconosciuto abisso che si estendeva dietro il presente. Al primo formarsi di quell’idea, il testo sui Preadamiti dette un contributo decisivo. La Peyrère aveva infatti affermato che “anche la più piccola parte del passato oltrepassa di gran lunga l’epoca della creazione che viene di solito fatta coincidere con Adamo”. Dopo il 1655, non solo la cronologia e la storia dei popoli più antichi, ma anche la geologia e la storia della Terra divennero terreni minati entro i quali era necessario muoversi con la massima cautela.
Nella prospettiva di La Peyrère il Diluvio era diventato un episodio della storia ebraica e aveva perso il suo carattere di universalità. Nelle migliaia dei secoli fantasticati dall'autore dei Preadamiti si era svolta una storia pluralistica, costruita da popoli differenti, che aveva condotto gli uomini, già in tempi lontanissimi, alla costruzione di grandiosi monumenti, di arti raffinate, di scienze astratte e difficili. La storia enormemente ampia della quale La Peyrère aveva teorizzato l'esistenza sembrava estendersi come un inesplorato e sterminato continente dietro i 5.600 anni della cronologia tradizionale. L'enorme spazio di tempo fantasticato dall'autore dei Preadamiti verrà in seguito popolato non solo da sapienti Caldei, da misteriosi Egiziani e da raffinati Cinesi ma anche da preumani bestioni “tutto stupore e ferocia” e da “scimmie” destinate a diventare uomini.
La storia della natura diventerà incomparabilmente più lunga della storia umana. Un'ultima osservazione: tra gli studi elencati all'inizio andava ricordato anche l'importante saggio d Alessandro Dini su “La teoria preadamitica e il libertinismo di La Peyrère”.


Fausto Fraisopi «Nouvelles de la Republique des lettres» 30-11-2004
Jarig Jelles
Professione della fede universale cristiana (Belydenisse des algemeenen en christelyken Geloofs), Quodlibet, Macerata, 2004

Il libro, in traduzione italiana con testo a fronte, rappresenta il primo numero della collana «Spinozana. Fonti e studi per la storia dello spinozismo», diretta da Filippo Mignini, a cura di Pina Totano, pubblicata dalla Casa Editrice Quodlibet di Macerata. Spinozana è un progetto editoriale volto alla pubblicazione di testi appartenenti all’orizzonte storico e culturale in cui nasce e si definisce la filosofia di Spinoza. Il suo fine è quello di comprendere e di orientarsi nella varia costellazione di temi filosofico-scientifici e teologici che Spinoza ha, a diversi livelli, trasmesso o anche soltanto suggerito. Esiste una costante e dinamica relazione tra il pensiero spinozano e quello degli autori che lo hanno preceduto o che lo hanno seguito nel corso del Seicento. L'iniziativa editoriale intende fornire un panorama ampio e articolato di testi originali, alcuni tradotti per la prima volta, nel tentativo di individuare quella molteplicità di rapporti e quelle opere cui resta a vari livelli legate 1'influenza dello spinozismo. Le prime opere pubblicate o in preparazione per la collana Spinozana.sono la Confessione della fede universale e cristiana di Jarig Jelles. il libro di Isaac La Peyrere I preadamiti, l'autobiografia falsamente attribuita a Uriel da Costa Exemplar humanae vitae, La religione degli Olandesi di Jean Baptiste Stouppe, il trattato di Lucius Antistius Constans Del diritto degli ecclesiastici e due studi (accompagnati dai relativi testi su una sezione dell'epistolario Spinoza-Oldenburg e sullo spinoziano Tractatus de intellectus emendatione.
Il testo di Jarig Jelles fu composto nel 1673 e pubblicato postumo nel 1684. Esso consente di interpretare in modo compiuto e storiograficamente attento il quadro entro cui si svolge il dibattito sull'esegesi biblica, sulla salvezza e sulla predestinazione nella cultura olandese ed europea del XVII secolo. Tale quadro viene definito nell'Introduzione di Leen Spruit premessa all'edizione del testo, da cui emerge l'interesse profondo di Jelles - mennonita, corrispondente di Spinoza dal 1667, Jelles contribuì finanziariamente alla pubblicazione dei Principi della filosofia di Cartesio e del Trattato teologico politico - per il rapporto tra filosofia e Scrittura. Come scrive Spruit, la Belydenisse, offre «un particolare angolo visuale per un'analisi del messaggio centrale della Scrittura, la sua interpretazione e il rapporto tra filosofia e cristianesimo nel Seicento olandese, in particolare nell'ambito della cerchia di persone vicine alle posizioni filosofiche di Descartes e Spinoza» (p. XV). L'opera, per la sua stessa storia, si radica profondamente nei conflitti ideologico-religiosi tra Arminiani e Gamaristi, tra Collegianti e Mennoniti, entro cui si colloca la più nota vicenda della proibizione degli scritti di Spinoza e della sua complessa ricezione. Proprio nella Prefazione all'edizione nederlandese dei testi spinoziani, i Nagelate Schriften (Amsterdam 1677), tradotta in latino e inserita come Praefatio negli Opera Posthuma (Amsterdam 1677), Jelles torna sui temi della Professione - opera che egli aveva peraltro sottoposto allo stesso Spinoza - cercando di mostrare come i principi fondamentali dello spinozismo non fossero in conflitto con la fede cristiana.
In questo senso il genere letterario utilizzato, la confessio fidei diviene terreno di indagine ai fini della comprensione stessa della struttura del testo. Quella che potrebbe apparire una mera raccolta di citazioni bibliche si rivela, viceversa, una collezione ragionata di passi dai contenuti eloquenti, la cui interpretazione tende a sottolinearne il valore teologico-dottrinario da un lato e la funzione teorica nell'ambito della nova philosophia (cartesiana e spinoziana dall'altro. La Belydenisse si compone di cinque parti iniziali e quattro sezioni successive, nelle quali si discutono rispettivamente i luoghi classici della teologia dogmatica protestante e i problemi religiosi ed esegetici della contemporaneità. I primi cinque punti trattano: I. Di Dio e delle sue proprietà; II. Del figlio di Dio e dello Spirito Santo; III. Degli obblighi degli uomini poi la salvezza/Dell'origine dei peccati; IV. Della depravazione e della rinascita umana; V. Della giustificazione e della salvezza. Le successive quattro sezioni hanno per titolo: I. Affermazione dell'ortodossia di questa Professione: II. Del senso e dell'esegesi della ,Sacra Scrittura, con una confutazione dell'opinione dei cattolici romani in merito; III. Che cosa è in effetti la fede salvifica in Cristo Gesù, e come la giustificazione, santificazione, liberazione, ecc. ne sono le conseguenze ; IV Della grazia salvifica di Dio in Cristo Gesù e della sua forza irresistibile.
Vicino alla dottrina spinoziana, ma aperto al complesso impianto dottrinale della teologia protestante, Jelles offre un'ampia esposizione dei temi salienti del confronta religioso e speculativo in atto. Il testo risulta improntato, infatti, a quel razionalismo che Spinoza con il Trattato teologico-politico e Meyer con il suo provocatorio Philosophia Sacrae Scripturae interpres infondevano alla lettura e all'interpretazione della Bibbia. La proposta ermeneutica di Meyer, fondata su una rigorosa applicazione del principio metodologico del cartesianesimo nell'esegesi biblica, influenza profondamente Jelles almeno quanto il complesso sistema spinoziano, avverso all'antropomorfismo simbolico e aperto a una resa razionale e filosoficamente significativa delle verità teologiche fondamentali. Si tenga presente, ad esempio, uno dei passi più salienti del cap. XV del Trattato teologico-politico: «dobbiamo certo spiegare la Scrittura con la Scrittura fin tanto che c'impegniamo nella ricerca del significato delle enunciazioni e del pensiero dei profeti; ma, una volta rintracciato tale significato nella sua autenticità, è necessario usare lo spirito critico e la ragione al fine di dare o meno il nostro assenso». Come noto, infatti, la linea d'interpretazione di Jelles, vicina a quella spinoziana, rinviene radici filosofiche antiche ed eloquenti, quelle stesse radici che individuano in Sozzini uno dei protagonisti delle complesse dispute teologiche della prima era moderna. Questo insieme di motivi diversi confluirà nella Belydenisse insieme ad una definizione razionale di Dio di marcata cifra spinoziana e ad un'interpretazione essenzialmente antitrinitaria del dogma della consustanzialità, che afferma, più o meno esplicitamente, la sublimazione della seconda e poi della terza persona della Trinità. Si consideri il presupposto fondamentale della cristalogia jellesiana: il Figlio, o lo Spirito di Dio, non è, ma è massimamente presente in Gesù Cristo. Una cristologia come quella di Jelles, tutta incentrata sul logos divino e non sul rapporto interpersonale della Trinità, non può infatti che demolire il presupposto delle tre persone. La sostanziale anfibolia del pensiero religioso della Belydenisse si ritrova anche nell'interpretazione della salvezza come mera risoluzione divina, la quale si pone, in contrasto can le tesi arminiane (di cui Jelles condivideva molte posizioni, anche etiche), in continuità con il concerto cartesiano di potentia Dei absoluta. Jelles si forma infatti in ambito arminiano, recependo così l'importanza dell'etica rispetto alla gnoseologia, cioè la predilezione per il messaggio morale della Scrittura, ma sviluppa poi una posizione diversa circa il rapporto tra conoscenza ed etica, cercando un preciso fondamento gnoseologico per l’etica: la fede è salvifica e ciò che l'uomo deve sapere per essere salvo non implica i sacramenti e il rispetto delle cerimonie, cioè la pratica cultuale ecclesiastica.
La Belydenisse si offre a letture contrastanti: essa è crocevia e testimonianza di un dibattito fertilissimo, quale quello determinato dall'incontro del pensiero filosofico con l'interpretazione scritturale. Da questo particolare angolo visuale il testo costituisce un documento significativo del rapporto instaurato nel Seicento e nell'Olanda del Seicento tra il razionalismo filosofico e il problema teologico-scritturistico. Il suo valore consiste anche, infine, al di là della difficile articolazione del razionalismo spinoziano e della dogmatica metafisico-simbolica della Scrittura, nell'offrire un esempio dell'avvincente passaggio storico, un orizzonte in cui si forma la coscienza filosofica moderna e in cui si è declinato - indipendentemente dagli orientamenti specifici - in tutta la sua complessità, il fenomeno del 'religioso'.

Nessun commento:

Posta un commento