sabato 9 novembre 2013

Madre, riprenditi la dignità che ti spetta di diritto


Luciano Gianazza

E’ chiaro il concetto della medicalizzazione della vita: “Ogni momento della vita deve essere sotto controllo della medicina, dalla culla alla tomba.”

Forse non tutti lo sanno, ci sono gruppetti ristretti di tipi che periodicamente si radunano in piccole salette riservate e discrete in hotel prestigiosi per elaborare strategie di marketing nel campo della salute. I grandi gruppi economici lo fanno per ogni cosa in ogni settore, per esempio il motto dei grandi della telefonia era: “one person, one cellphone”. I grandi dell’informatica sognavano “one person, one personal computer”, i grandi delle banche “one person, one credit card”. Facebook in breve tempo ha pensato e sta ottenendo “one person one account”, non devo continuare per dire che che ce l’hanno fatta, oggi molti hanno in fondo ai cassetti della scrivania due o tre cellulari “outdated”, su qualche scaffale due o tre pc con windows 95, 98, win 2000 con una scheda video che non riesce a far girare un’immagine animata…

Così tempo fa dei tipi ben vestiti, ben escortati, si sono radunati in un hotel per formulare una strategia nel loro “settore di competenza” – l’establishment medico-scientifico-farmaceutico-ecc. – che permettesse di guadagnare soldi a palate. E sono arrivati a una conclusione geniale e nello stesso tempo diabolica:

“Ogni comportamento che si allontana dal conformismo sociale va considerato una sindrome e che quindi necessita di cure mediche, neurologiche, psicologiche e psichiatriche.”

Poi sono andati più avanti, anche aspetti normali della vita li hanno fatti diventare condizioni mediche. Ogni ciclo della vita di un essere umano può essere una nicchia dove infinite attività economicamente redditizie possono essere create: nascita, crescita, adolescenza, maturità, decadimento, malattia, terminalizzazione assistita, e infine morte. Optional l’imbalsamazione del cadavere per chi può permetterselo.

Questo mi è stato detto da un sedicente “insider” molti anni fa, nel 1985. Ero perplesso, gli chiedevo come è possibile che ci siano delle persone così prive di valori, ma la realtà mi ha poi dimostrato che tali persone esistono e quando raggiungono posizioni di potere fanno anche queste cose e pure peggio ...




Personalmente ritengo che molte soluzioni irrazionali in campo medico siano dovute principalmente a ignoranza e stupidità. L’indirizzo scientifico è materialistico e si basa su quanto può essere misurato, è meccanicista. Tende quindi a rendere tutto standardizzato, a rendere le macchine sempre più perfette, come l’industria automobilistica, e lo fa anche in campo medico, solo che non considera che l’essere umano non è una macchina. La cura medica è basata sulla scomparsa del sintomo. Se hai un prurito intimo, tanto per parafrasare un annuncio pubblicitario attuale preso di mira da più di un comico, non viene ricercata la causa di quel prurito, ma viene venduta una pomata anestetica che fa passare il prurito. Il prurito è scomparso, ma la causa è ancora lì. Questa è stupidità. Lo stesso vale anche per le pastiglie per il mal di testa, i bruciori di stomaco, e tante altre cose. Ma scoprire la causa e rimuoverla significherebbe non vendere più pastiglie e pomate, e questo porta a pensare che non tutti agiscono per stupidità, ma anche per profitto indiscriminato, incuranti del danno che viene fatto.

Quando il concetto della medicalizzazione viene applicato al parto, i danni sono davvero ingenti, danni che riguardano la madre, i figli, le famiglie e la società nel suo insieme. La medicalizzazione del parto è corresponsabile di problemi che i nuovi nati avranno, essendo la nascita il primo evento importante, il più importante di tutta la vita, e lo condizionerà in bene o in male a seconda di quanto la nascita sarà traumatica o meno.

A questo punto propongo un estratto dal libro “Mille e 1 NO al Parto Cesareo” per il quale al suo autore, il Dott. Massimo Pietrangeli, è stato assegnato il Premio Letterario Cesare Pavese 2007 – Sezione Medici. Leggendolo capirai perché fra le migliaia di ginecologi e ostetriche in Italia, nessuno degli interpellati abbia accettato di scrivere due righe o un sorta di prefazione.

La Nascita come evento naturale regolato dal sistema nervoso autonomo

L’evento naturale del parto è stato reso troppo spesso nei paesi con sistemi sanitari sviluppati un evento medico.

Il parto è un evento fisiologico, gestito dal Sistema Nervoso Autonomo (detto anche Sistema Nervoso Vegetativo), che prescinde dal controllo della volontà: come per la respirazione, le funzioni intestinali, renali, endocrine e lo stesso battito cardiaco, la persona non deve (e non può volonta­riamente) controllare queste attività, così – allo stesso modo – la donna non deve (e non può volontariamente) controllare le modificazioni fisiologiche che si realizzano nel suo organismo in gravidanza, durante il travaglio ed il parto!

Non può decidere di far ammorbidire il collo e la cervice uterina, come non può decidere di ipertrofizzare le fibre muscolari dell’utero per prepararle alle contrazioni, né può decidere di avere delle contra­zioni variando la produzione di Ossitocina e Catecolamine program­mando lei il momento della nascita.

Tutti questi complicatissimi mec­canismi fisiologici regolati dall’organismo in maniera – appunto – del tutto autonoma, e lo stesso “orologio biologico” prescindono completamente, assolutamente, e direi fortunatamente, dal controllo vo­lontario, ed è questo il motivo per cui, sia per la donna che per chi l’assiste è fondamentale saper attendere, così come è fondamentale lasciar fare alla Natura.

Quando andiamo oltre quello che possiamo definire come un rapporto di ascolto, attesa e collaborazione, “scavalchiamo” la Biologia, la prevarichiamo, appropriandoci inde­bitamente delle funzioni ad Essa deputate, ed è in questo momento che parte la medicalizzazione.

Dell’ascolto e dell’attesa abbiamo parlato, e ci torneremo anco­ra su, ma per il momento focalizziamo l’attenzione sulla colla­borazione: collaborare non deve voler assolutamente dire “so­stituirsi”, “agire per conto di”, ma semplicemente aiutare dando forza, stabilità, conforto e tranquilli­tà, e questo deve valere per chiunque si trovi vicino ad una don­na in travaglio, sia esso medico, ostetrica, marito, amica o altro.

Quand’anche si tratti di decidere per un cesareo elettivo, dovremmo almeno attendere che inizi il travaglio, perché – al con­trario – stabilire giorno, data e ora (come oggi avviene), anche quan­do NON vi è urgenza, impedendo tutta una serie di eventi biologici endocrini che sono fondamentali anche per il bambino, oltre che per la madre?

Se facciamo tagli cesarei prima dell’inizio del tra­vaglio programmandoli, aumenteremo ulteriormente le possibili­tà non solo, come già detto, di far nascere più facilmente dei prema­turi (date le frequenti incertezze e inesattezze sull’Età Gestazionale), con tutte le problematiche possibili a corredo, come problemi cardiorespiratori e “di adattamento”, ma anche quelle di nati morti, e tutto ciò oltre ai problemi immediati e a lungo termine può “segna­re” negativamente una donna per tutta la vita. Più stiamo vicini ai processi naturali, più siamo sicuri!

Quanto ai problemi respiratori, comunemente definiti come R.D.S. o Respiratory Distress Syndrome, tipici soprattutto ma non esclusivamente dei prematuri, va ribadito che, mentre i nati da par­to vaginale, passando attraverso il canale del parto, subiscono naturalmente una spremitura dei liquidi presenti nel polmone, e per questo respirano subito meglio, i nati da cesareo, NON subendo tale spremitura, hanno un maggior quantitativo di liquidi nei polmoni, il che ostacola (talora in ma­niera importante, “critica”) la respirazione spontanea, ed hanno molto più spesso la necessità di dover essere maggiormente assi­stiti dall’esterno per poter respirare, dunque di essere “ventila­ti” dall’esterno con un Pallone di Ambu, o addirittura “intubati” ed attaccati ad un respiratore meccanico!

Un altro problema dei cesarei è quello dei tagli al bambi­no: il più delle volte, ma non sempre, si tratta di tagli “banali”, ma si possono purtroppo verificare anche delle lesioni serie ed invalidanti. La stima dei tagli è valutata intorno al 4% (dal ,2 al 6%, con le variabili in causa che sono le stesse precedentemente descritte anche per la mortalità da cesareo).

Abbiamo seri motivi per credere, lo ripeto, che anche queste informazioni non vengano fornite affatto, o non vengano date sufficientemente, alle donne in gravidanza: né dai medici, né du­rante gli incontri preparatori al parto.

Le posizioni del parto: posizioni spontanee e posizioni coatte (la negazione dell’istintualità).
La basculazione dell’osso sacro.




Non vi è donna gravida al mondo che, se lasciata libera di assu­mere le posizioni che più le aggradano e meglio la difendono dal dolore (posizioni “antalgiche”) scelga spontaneamente di trava­gliare sdraiata sul dorso e di partorire sdraiata sul dorso e con le gambe levate!!!
Non una, in nessuna parte del mondo!!!

Nei paesi meno sviluppati, dove non vi sono le nostre costrizioni, le donne hanno sempre continuato spontaneamente a partorire nelle posizioni che mantengono la verticalità del busto, ovvero in piedi, sedute, o carponi con le spalle sollevate e le braccia appoggiate.

Ci si chiede tutti, dunque, come – al contrario – nel mondo civi­lizzato si faccia partorire nella posizione supina e a gambe levate: la risposta è una sola, e non vuole essere polemica e irriguardosa verso nessuno, ma la realtà è che i medici che hanno “inventato” molti anni fa questa posizione l’hanno fatto esclusivamente a loro vantag­gio, crediamo senza “cattiveria”, ma per poter meglio operare – loro sì – in posizione più comoda: ciò – purtroppo – a tutto discapito della partoriente.

Tale posizione ha preso piede circa 300-400 anni fa, con l’av­vento della ostetricia moderna, ma ciò non vuol dire assolutamente che si sia trattato di un progresso!

Una posizione scelta inizialmente solo per i parti operativi (ap­plicazione di ventosa, forcipe, o “cesareo”) ha finito per essere utiliz­zata sempre, contro ogni evidenza di miglioramento degli esiti per madre e bambino.

A ben riflettere, tutto ciò viene fatto in ospedale, senza voler esse­re polemici ma semplicemente realistici, per gli operatori medici ed ostetrici, non per la donna, e lo dico senza enfasi accusatoria, ma in effetti è così: per chi visita la madre durante il travaglio o “raccoglie” il bambino è molto più comodo stare in piedi anziché accovacciato o inginocchiato a fianco della donna, ma il miracolo della nascita var­rebbe bene una genuflessione, anche del luminare più eccelso!



Prima non si partoriva così

Né lo si fa oggi, spontaneamente, se solo ne diamo la facoltà alla donna.

Non conosciamo fino in fondo quali siano le motivazioni che fanno sì che si continui a procrastinare l’applicazione di una modali­tà assolutamente anti-fisiologica, ma pensiamo che si rientri in que­sto caso nella possibile spiegazione con l’esistenza dei “Miti”, e dei “Tabù” di quelle situazioni in cui vi è una accettazione supina, acri­tica, stupidamente fideistica delle convinzioni e delle modalità che “si sono sempre seguite”, delle “strade che si sono sempre percorse”.

“Si fa così…”, “Si è sempre fatto così!”si sente spesso dire – an­che in altri settori – come se l’affermazione garantisse di per sé la bontà delle modalità seguite: ma non è così, e cerchiamo di capirne i perché, confrontando la posizione supina a gambe levate con quella verticale del busto, con gambe o piedi ben piantati a terra.

Vantaggi delle posizioni verticali (tutti) vs. Vantaggi della posizione supina (nessuno)

Nelle posizioni verticali la donna, oltre che stare me­glio, più presente a sé tessa in quanto può controllare meglio tutto il suo organismo, il suo essere e l’ambiente circostante, meglio “ra­dicata” al suolo, (il che non è già poco), e in una posizione “attiva” e non passiva, ha un altro grande vantaggio e due impor­tanti alleati.

L’ulteriore vantaggio è che solo in posizione verticale, me­glio ancora se accovacciata e con i piedi ben pian­tati la partoriente può sfruttare appieno la forza sviluppabile dal cosiddetto “torchio addominale” che viceversa, in posi­zione supina, non viene sfruttata nemmeno al 10% del massimale. La posizione accovacciata, detta anche di “squat”, è quella che meglio divarica il canale del parto.

Il primo “alleato” è la forza di gravità, che in realtà è anche un grande alleato del bambino, perché non dobbiamo dimenti­care che anche il bambino lavora – spingendo – per uscire dall’utero, e che solo se la mamma è in una posizione verticale può sfruttare anche lui il vantaggio della forza di gravità, cosa che gli è negata, resa impossibile, se la mamma è sdraiata.

Questa stessa forza, nel caso della posizione supina, diventa un elemento negativo, in quanto il peso degli organi addominali e dell’utero pieno in questo caso insiste completamente sulla colonna vertebrale, causando in maniera maggiore la sua dolorabilità, ma – quel che è peggio – schiacciando considerevolmente l’aorta addominale e la vena cava inferiore, il che ingenera una minore irrorazione uteroplacentare ed un ostacolo al ritorno del sangue venoso periferico al cuore.

Il secondo alleato è la mobilità passiva dell’osso sacro.

Quest’osso, che non presenta una mobilità attiva, legata cioè ad uno spostamento causato da una contrazione muscolare, può però modi­ficare passivamente la sua posizione nel caso del passaggio del feto attraverso il canale del parto, il che implica un allargamento consi­derevole di quest’ultimo, con l’ovvia, positiva conseguenza che il bimbo ha più spazio per uscire.

Ciò può avvenire unicamente nel caso che la donna mantenga una posizione verticale del bacino: nel caso la donna sia sdraiata sulla schiena, il sacro, poggiato sul materasso, non può – ovvia­mente – essere spinto, spostato all’indietro dal feto, e il vantaggio dell’allargamento del canale è inesistente, non può verificarsi.

Sapendo che circonferenza = 2πr, ovvero che la circon­ferenza è uguale al doppio del raggio, ovverosia il diametro, x 3,14, potremo facilmente e ben comprendere come un diametro che au­menti anche di un solo centimetro porti ad un aumento della circon­ferenza di vari centimetri; proviamo a fare alcuni esempi:

A. Nel caso di un diametro di cm. 10 la circonferenza sarà di cm. 31,40

Se il diametro aumenta di un centimetro, avremo

B. diametro di cm. 11 e la circonferenza sarà di cm. 34,54

Se il diametro aumenta di 1,5 centimetri, avremo

C. diametro di cm. 11,5 e la circonferenza sarà di cm. 36,11

La circonferenza cranica e quella addominale di un neonato a termine misurano mediamente 34-35 centimetri: quan­do un bimbo trova eccessiva difficoltà nel passare attraverso il canale del parto, iniziano le sue “sofferenze”, sofferenze che si mani­festano clinicamente con alterazioni del suo battito cardiaco (dap­prima tachicardie, ovvero aumenti della frequenza, poi bradicardie, ovvero rallentamenti del battito), riduzioni della sua ossigenazione (ipossie, fino all’anossia, che può causare gravi sofferenze e danni non sempre reversibili ai tessuti cerebrali), talora con emissioni di meconio in utero, che sono la testimonianza eclatante di una soffe­renza avanzata.

Quando ciò si verifica (e il più spesso si verifica per colpa no­stra, dal momento che continuiamo ad imporre la posizione “litotomica”, ovvero supina e a gambe levate), si cerca di allargare in qualsiasi modo il canale del parto, e si ricorre alla episiotomia, cioè al taglio dei tessuti perineali, ovvero del pavimento pelvico.

Negare al bambino quel centimetro significa mettere sistematicamente in pericolo la sua vita!!!

Quel centimetro, a mio avviso, può rappresentare il discrimine vero tra un passaggio possibile e un passaggio impos­sibile, negato, e credo fortemente che tante sofferenze e – ahimè! – tanti danni neurologici da asfissia anche irreversibili e tante morti neonatali e materne siano da ascrivere a questo assurdo e antifisiologico modo di far partorire.

È troppo chiedere a tutti di fare attenzione a questo centimetro?

Il bacino della donna: uno strumento straordinario

Per la donna gravida è molto utile acquisire una migliore conoscen­za del proprio corpo, e in particolare del proprio bacino, la “coppa” ossea che accoglie anche l’utero. Con semplici manovre esplorative, la donna può facilmente rendersi conto della localizzazione delle varie ossa, dei rap­porti tra esse, nonché delle dimensioni del suo bacino e del suo canale del parto: ciò le è molto utile per tranquillizzarsi circa la possibilità di passaggio del feto. Il bacino è l’anello osseo che il bambino deve attraversare pervenire alla luce. Nella grandissima maggioranza dei casi il bacino femminile ha un canale del parto sufficientemente largo da poter essere attraversato dal feto; non ingannino le misure esterne, nel senso che anche donne esili e con un ba­cino esternamente stretto possono avere un ottimale canale del parto.

All’ingresso pelvico, o “stretto superiore” (il punto in cui il bambino inizia ad “impegnarsi” quando capisce che ne è giunta l’ora), il diametro trasverso è quello maggiore, mentre all’egresso pelvico o “stretto inferiore” il diametro maggiore è quello antero-posteriore.

E questo il motivo per cui il bambino, per uscire, compie una rotazione nella sua discesa lungo il canale del parto, affinché il diametro più lungo del suo cranio affronti sempre il diame­tro più lungo del bacino materno.

Come conoscerlo meglio

Poggiando le mani ai fianchi, si possono individuare antero-lateralmente le spine iliache e seguendone il bordo arroton­dato fin dietro la schiena si apprezzano le ossa iliache. L’osso pubico è esplorabile anteriormente, al di sopra del pube, mentre osso sacro e coccige possono essere palpati posterior­mente. La distanza tra osso pubico e coccige rappresenta il diametro antero-posteriore del canale del parto. Sedendosi sulle palme delle proprie mani, in posizione late­rale si apprezzano facilmente le spine ischiatiche (le protube­ranze ossee delle natiche). La distanza tra esse rappresenta il diametro laterale del canale del parto.

L’episiotomia, ovvero “Delle mutilazioni genitali femminili in Italia”.

Questa pratica, consistente nel taglio dei tessuti perineali, viene fatta con molta leggerezza, talora (anche se è assurdo solo pensarlo!) in maniera indiscriminata, routinaria, senza considerare che con ogni probabilità per allargare il passaggio sarebbe stato sufficiente far par­torire la donna in posizione verticale per mettere il Sacro in condi­zione di basculare!

Le episiotomie raggiungono e superano fre­quenze del 70% -80% e di questo neanche si parla: oggi una donna va a partorire dando per sconta­to che, bene che le vada, dovrà subire questo (mal)trattamento, ed avere (le diranno proprio così) “un taglietto” e “qualche punticino”!

Questi “taglietti” sono spesso dei tagli di svariati centimetri, che con il passaggio del bimbo continuano a lacerare, a strappare i tessuti molto in profondità, per cui talora si verificano complicanze tra cui:
1 - sanguinamene maggiori
2 - lacerazioni del clitoride
3 - rimarginazioni molto lente e dolorose
4 - complicanze locali con ritenzione urinaria o fecale
5 - infezioni urinarie
6 - infezioni locali o sistemiche
7 - febbri (e relative Terapie Antibiotiche che impediscono l’allat­tamento)
8 - rapporti sessuali dolorosi anche dopo anni
9 - necessità di interventi o “plastiche” ricostruttive

Alla luce di tutto ciò, sarebbe almeno giusto chiamare queste cose col loro nome:

Le episiotomie sono delle orrende mutila­zioni, troppo spesso inferte alla donna con trop­pa leggerezza ed in maniera del tutto gratuita ed inutile, specie se si considera che è ampiamen­te documentato che dovunque la donna può par­torire in maniera fisiologica le episiotomie sono un evento eccezionale, o comunque mol­to meno frequente! (in molti posti è attorno al 5%).

Le episiotomie, per tutti questi motivi, sono tra le più importanti cause delle richieste materne di essere sottoposte a cesareo! (… Ma si può dar torto alle donne più di tanto, al ri­guardo??!)

Dati Statistici dell’episotomia

In Italia, sempre secondo il Prof. Marsden Wagner, consulente della O.M.S., che ha presentato un lavoro dal titolo “Mutilazione genitale femminile in Italia”, vi è una percentuale assurda, vergognosa aggiungo io, di episiotomie, con un tasso di oltre 70%, e il dato del 70%“è sottostimato perché l’episiotomia è un dato non registrato da molti punti nascita che lo applicano di routine”.

Nel 2001, abbiamo detto, in Italia vi sono state 517.423 nascite, con 340.464 parti vaginali.

Calcolando la percentuale dichiarata del 70%, viene fuori che il nu­mero di episiotomie è stato di 238.325.

Secondo l’O.M.S. la percentuale massima non dovrebbe supera­re il 20%. ed è questo – al massimo – 1′indice di appropriatezza clinica dell’O.M.S., ma va detto che vi sono Paesi, come la Danimarca, dove il suo tasso – grazie al maggior uso delle metodi­che di Parto Attivo e Parto in Acqua, in cui le donne vengono seguite esclusivamente dalle ostetriche – è del 5% e in quei Paesi è questo e indice di appropriatezza clinica.

Conclusioni:

1 - Se in Italia si fosse avuta una percentuale di episiotomie del 20%, si sarebbero avute 68.093 episiotomie, anziché le 238.325. Secondo questo calcolo sull’Indice O.M.S., nel 2001 in Italia le episiotomie superflue sono state 170.232.
2 - Se in Italia si fosse avuta una percentuale di episiotomie del 5%, come nei Paesi citati, si sarebbero avute 17.023 episiotomie, anziché le 238.325. Secondo questo calcolo sull’Indice dei Paesi “migliori”, nel 2001 in Italia le episiotomie superflue sono state 221.302.

Si calcola, dunque, che in italia, per anno, a seconda degli indici di appropriatezza clinica, le episiotomie superflue sono dalle 170.000 alle 222.000! ! !

Anch’esse, come i cesarei, sono una tragica conseguen­za di una medicalizzazione troppo spinta e del non rispetto della fisiologia e dell’istintività della donna.

Considerazioni:

I dati parlano da soli, la situazione della donna che deve partori­re, oggi, in Italia, per usare un eufemismo, non è affatto rosea: la donna deve essere meglio informata, ne ha tutto il diritto; ma non basta: questi dati, che dovrebbero far rabbrividire chiunque, dovreb­bero, lo ripeto per l’ennesima volta, far letteralmente saltare sulle sedie i maggiori responsabili della Sanità, per la loro imponenza e per la vera e propria tragicità della situazione: spero fortemente che tutti, non solo poche mamme e pochi operatori, capiscano e divulghino fino in fondo questi messaggi, per fare in modo che le cose migliori­no veramente e, possibilmente, in maniera drastica e repentina.

Secondo l’O.M.S., in conclusione, anche se viene detto poco in maniera esplicita, l’Italia – e purtroppo devo dirlo io, con dispiacere – è uno dei paesi dove il venire al mondo è meno bello e ancor meno sicuro, sia per la madre che per il bambino!

L’essere in compagnia di qualche altro Paese, come il Brasile e l’America, non deve assoluta­mente rappresentare una consolazione, né tanto meno una giustifica­zione (come sappiamo, un’azione ingiusta non diventa mai lecita, neanche se sono in tanti a compierla!).

Oggi, nei paesi più avanzati al riguardo, dopo anni ed anni in cui si è mantenuta la rotta e la velocità del nostro Paese (vedi 1° grafico), si torna al parto in casa e nelle case da parto: è sufficiente citare l’esempio di ciò che sta avvenendo in Germania dove, soprattutto grazie ad una fortissima levata di scudi delle ostetriche, in 10 anni sono state aperte 70 case da parto.
- Occorre tornare alla tradizione.
- occorre avere il coraggio di ammettere che così non va: non c’è niente di male a farlo, mentre ce n’è, e molto, nel voler continuare in questo modo.
- occorre avere il buon senso di riaffidare alle ostetriche, alla loro arte e alla loro esperienza, l’evento nascita che il medico ha espropriato loro e alla donna, con le conse­guenze che stiamo vedendo.
- occorre trovare il modo di far sapere alle donne che, con le dovute cautele e precauzio­ni, la scelta del parto in casa o casa da parto è più sicura di quella del parto in ospedale e che la pratica del parto attivo assai più fisiologica e sicura di quella di un travaglio e parto in posizione litotomica.

mille e uno no al parto cesareo libro

www.medicinenon.it

Nessun commento:

Posta un commento