martedì 30 luglio 2013

Scienza o follia?

"Al pubblico fa comodo credere che gli animali siano sufficientemente protetti, e fa comodo alle autorità" ...

ANESTESIA PER IL PUBBLICO
Per essere più sicuri di poter continuare indisturbati le loro pratiche, i vivisezionisti si sono passati la parola d'ordine che occorre in prima linea combattere l'idea popolare che gli esperimenti procurano sofferenze agli animali; convincere l'opinione pubblicache le torture sono del tutto immaginarie, null'altro che fantasiose invenzioni di poche persone affette da una peculiare forma di pazzia o spinte da oscuri motivi.

Tale scopo è stato raggiunto in grado notevole, oltre che con la segretezza nella quale si svolgono gli esperimenti e l'omertà della categoria — che è assoluta, come in tutte le organizzazioni di persone che non si sentono a posto con la loro coscienza — anche con lo sbandieramento delle leggi sulla vivisezione, che suonano molto rassicuranti.

Ad esempio, la legge italiana stabilisce addirittura che «la vivisezione sui cani e sui gatti è normalmente vietata...». Eppure i vivisettori si servono in prima linea di cani e gatti, e possono farlo legalmente. Come mai?

Perché al primo divieto segue subito la deroga «salvo che essa sia ritenuta indispensabile per esperimenti di ricerca scientifica e non sia assolutamente possibile avvalersi di animali di altra specie».

Ancora: «La vivisezione può essere eseguita soltanto previa anestesia generale o locale, che abbia efficacia durante tutta l'operazione...».
Rassicurante, vero? Senonché al posto dei puntini c'è la seguente deroga: «fatta eccezione dei casi in cui l'anestesia sia incompatibile in modo assoluto coi fini dell'esperimento».

E ancora: «È vietato servirsi, per ulteriori esperimenti, dell’animale già sottoposto a vivisezione, salvo in casi di assoluta necessità ».. 




E chi decide? 
Inevitabilmente, gli stessi vivisettori, forti della loro qualifica di "scienziati". Il che equivale alla promulgazione di una legge che dicesse: «È vietato ammazzare, tranne che l'omicida lo ritenga assolutamente necessario».

Comunque, l'effetto dell'anestesia non dura mai a lungo; le sofferenze possono durare anche degli anni.
Dato che l'uso dell'anestesia è incompatibile con l'osservazione post-operatoria dei trapianti, che è incompatibile con tutti gli esperimenti sul sistema nervoso, sul dolore, sul comportamento sullo stress, con tutti quelli di lunga durata, con tutti quelli che procurano malattie col pretesto di studiarle, con le prove preventive dei farmaci e la preparazione dei vaccini, essa è raramente applicabile, anche se esistesse, per assurdo, un vivisettore umanitario.

In Gran Bretagna, unica nazione al mondo obbligata per legge a rendere noti i particolari degli esperimenti, i dati governativi indicano che tra i circa 5,7 milioni di animali sacrificati alla vivisezione nel 1971, solo il 14% venne anestetizzato e solo il 3% venne soppresso prima di svegliarsi dall'anestesia:
e ciò secondo i rapporti degli stessi vivisettori.

Inoltre nulla garantisce che un animale sia stato effettivamente o efficacemente anestetizzato, anche qualora il vivisettore lo affermi, e nessuno può essere sicuro dell’efficacia o tantomeno dell'effettiva durata di un'anestesia in un animale, il quale, imbavagliato o devocalizzato, non può protestare.

In un dibattito, un vivisettore svizzero ha accusato il suo contraddittore della «tipica ignoranza del profano» e gli ha assicurato che un coniglio si dibatte molto più energicamente sotto i ferri quando è anestetizzato che quando non lo è. Uno dei sopralluoghi effettuati di recente in Inghilterra portato alla scoperta che, ricevuta l'autorizzazione per una serie di operazioni a condizione che venissero compiute sotto anestesia, i vivisettori si erano limitati a somministrare dei semplici tranquillanti. La situazione è analoga ovunque si è creduto di poter rendere la vivisezione più "umana" regolamentandola.

Un paio di anni fa la costante pressione dell'Unione Antivisezionista Italiana portò a uno dei rari giri d'ispezione in vari laboratori da parte delle autorità preposte ai controlli. Si scoprì non solo che in molti di questi mancavano i registri richiesti dalla legge per annotarvi il tipo di anestetico usato oppure non esistevano gli anestetici adatti, ma addirittura che alcuni di questi laboratori non erano al corrente delle leggi sull'anestesia: tanto che il Ministero della Sanità si sentì per una volta in dovere di richiamare all'ordine gli enti preposti alla sorveglianza (circolare N° 51 del 29-3-72).

Nel 1967 il senatore Romano denunciò il caso di cani forniti dal Canile municipale per pratiche vivisettorie all'Ospedale Civile di Cava dei Tirreni per favorire il figlio di un Primario, senza che l'ospedale in questione fosse stato autorizzato a queste pratiche. All'ospedale Loreto di Napoli sono stati condotti esperimenti di autotrapianti e di utero gravido nella cagna, spesso con più interventi sullo stesso animale: violazione di legge di cui evidentemente l'ospedale non si rese nemmeno conto, dato che gli stessi responsabili divulgarono la notizia attraverso la stampa: ritenevano di avere compiuto, anziché un reato, una gloriosa impresa scientifica.

Gli archivi dell'UAI traboccano di casi simili, e questi rappresentano solo la cima dell'iceberg; la grande massa non emerge mai. Oggi, i laboratori italiani hanno imparato a tenere i registri in ordine perfetto, da fare invidia alla Fiat di Torino. Ma solo i registri.

Semmai un professore universitario viene denunciato per maltrattamenti di animali, trattandosi di un personaggio importante, influente, egli trova sempre colleghi pronti a giustificarlo e a testimoniare in suo favore: e il magistrato, non essendo né medico né "scienziato", deve rimettersi alle opinioni di altri medici o "scienziati", i quali si guardano bene dal mettere nei guai un collega.
Non si sa mai: domani, è a essi che qualcosa potrebbe andar male — un malato che muore, un'accusa dei familiari — e allora il medico avrà a sua volta bisogno dei colleghi. Così stanno le cose. E non potranno cambiare fintanto che la legge ammette la vivisezione.

Emanuel Klein, un fisiologo tedesco che insegnava alla scuola medica dell'Ospedale St. Bartholomew di Londra, mise in imbarazzo i suoi colleghi inglesi con risposte troppo candide dinanzi alla Regia Commissione d'inchiesta incaricata dal governo britannico di far piena luce sulla vivisezione. Praticamente tutti i fisiologi che avevano preceduto il Klein alla sbarra dei testimoni avevano assicurato agli inquirenti che gli animali sono del tutto insensibili all'estirpazione del fegato, dei reni, dei visceri, degli occhi, e via di seguito, oppure avevano affermato che tutti gli animali venivano anestetizzati. Il Klein, giunto da poco dalla Germania, non capiva la ragione di tutta quell'ipocrisia inglese, e dichiarò che « tranne nelle dimostrazioni dinanzi agli studenti, io non impiego mai anestetici, se non per comodità personale... Uno sperimentatore non ha il tempo di pensare a quel che sente l'animale... La sofferenza dell'animale non mi riguarda... Tutti gli scienziati la pensano così». (Rapporto della Royal Commission, par. 3539-3541 e 3739.)



Anche nei rari casi in cui si ricorre effettivamente all'anestesia, questa si risolve di solito in una triste farsa, come ad esempio nelle dimostrazioni didattiche dell'apparato nervoso periferico. In queste, al giorno d'oggi, la preparazione del midollo spinale va fatta, dinanzi agli studenti, previa anestesia; ma appena il midollo è messo a nudo, l'anestesia viene arrestata affinché non siano inibite le funzioni che il fisiologo vuole mostrare. Sicché queste anestesie sono sempre leggerissime, altrimenti il professore dovrebbe sospendere la lezione per dare il tempo ai nervi di riacquistare la sensibilità indispensabile per l'esperimento vero e proprio.
Mentre si praticano i tagli progressivi di muscoli e tendini e infine si segano le ossa dello speco vertebrale per raggiungere le radici dei nervi spinali, è necessario che l'animale sia pienamente cosciente, per la riuscita della dimostrazione; la quale nei rapporti ufficiali viene poi annoverata tra quelle compiute "con l'impiego dell'anestesia".

Insomma, le leggi che nell'idea del legislatore dovevano proteggere l'animale hanno finito per proteggere il vivisettore, legalizzando le torture. Ciò è peggio che se non ci fosse alcuna legge. Poiché aggiunge alla crudeltà l'ipocrisia, addormenta il pubblico e le autorità.
I vivisezionisti sventolano sempre la prima parte della legge, mentre all'atto pratico si appoggiano sulla seconda.

Buona parte delle guardie zoofile veramente intenzionate a cambiare la situazione si arrendono presto o si dimettono, scoraggiate e disgustate. Anzitutto i vivisettori pretendono che solo un medico o un dottore veterinario abbia il diritto di eseguire controlli: come se occorresse aver studiato medicina per capire che un gatto i cui occhi ciechi grondano pus o un cane ansimante con tre sonde conficcate nel torace stia soffrendo.
Al pubblico fa comodo credere che gli animali siano sufficientemente protetti, e fa comodo alle autorità, come a quel Direttore generale dei Servizi veterinari che in una lettera al Ministero della Sanità (v. Epoca, 23-1-1972) diceva in sostanza: «Fiducia, bisogna avere fiducia negli sperimentatori, che hanno una coscienza di scienziati e di cristiani...».

Certo è sorprendente che anche in una nazione smaliziata come l'Italia, dove nessuno crede molto all'onestà dei politici, delle autorità, degli industriali, dei commercianti, dei preti, si ritenga che invece i vivisettori, e solo loro, siano dei cittadini modello, oltre che degli altruisti, traboccanti di amore per il prossimo.

Sotto "Anestesia per il pubblico" vanno annoverati anche i procedimenti con i quali gli animali vengono resi muti, incapaci di manifestare la loro angoscia e i loro dolori al vicinato o ai passanti per strada.

Ufficialmente, i vivisettori italiani — ma non solo loro — negano di praticare il taglio delle corde vocali, vietato dalla legge. Invece il fatto è stato ripetutamente accertato e ci sono state numerose denunce in proposito contro noti clinici, ma per lo più si sono risolte nel nulla.
Come sempre, è solo negli Stati Uniti che i vivisettori non hanno ragione di nascondere la verità, dato che tutto vi è permesso.



Si ripresenta quindi la necessità di citare una fonte americana comprovata, per ciò che altrove viene praticato in segretezza. Gunther Kraus dei laboratori Roswell Park Memorial di Buffalo, New York, ha spiegato in un articolo sull'American Veterinary Medical Association Journal (vol. 143, N° 9, 1-11-1963) perché gli animali vengono resi muti:
«Nei nostri laboratori la devocalizzazione dei cani è necessaria a causa dei pazienti nelle corsie adiacenti. Abbiamo impiegato l'elettrocauterizzazione per devocalizzare più di 3.000 cani».

Vediamo che i vivisettori hanno arricchito la lingua con nuovi termini: "devocalizzare" significa "render muti". (Oltre che devocalizing, i vivisettori americani hanno anche coniato il termine debarking, che significa letteralmente "disabbaiare".)

Nell'elettrocauterizzazione — non meno dolorosa della recisione delle corde — si bruciano le corde vocali mediante una punta metallica rovente. Le conseguenze possono comprendere bronchite cronica, laringite, polmonite, emorragie.

Alla Scuola Medica dell'Università dell'Iowa il dott. F. Miles Skultety, professore di neurochirurgia, ha sviluppato un metodo differente per "devocalizzare" i cani: mentre questi sono immobilizzati in uno strumento stereotassico, una parte del cervello viene distrutta elettricamente. Il procedimento è descritto in Archives of Neurology (vol. 6, marzo 1962). Prima dell'operazione, ogni animale viene sottoposto a "stimolazioni dolorifiche" e vengono registrati accuratamente il tipo e il volume di "vocalizzazione" (ossia urla) dell'animale, come anche il tipo delle sue reazioni di difesa".
Dopo le bruciature nel cervello le stimolazioni dolorifiche vengono ripetute. Ecco le osservazioni dopo uno di questi interventi:
« Il cane non fece alcun tentativo di alzarsi, non mangiò né bevve per tre giorni... Il quarto giorno riuscì a sollevarsi e a strisciare nella gabbia: le zampe posteriori avevano la posizione di un animale rannicchiato e quelle anteriori erano piegate all'altezza dell'articolazione del polso anziché sulle piante delle zampe, di modo che l'animale si spostava appoggiandosi su queste articolazioni anziché sulle piante delle zampe. L'animale non riacquistò mai il suo intero equilibrio fino al giorno in cui venne ucciso (il 16°).
Bastava una leggerissima spinta per farlo cadere sul fianco. Quando veniva pizzicato, cercava di raggiungere la fonte dello stimolo doloroso ma la sua efficienza era menomata».


In Europa raramente si ricorre a simili raffinatezze.
Si tagliano le corde vocali e basta. E ora esaminiamo quell'altro tipo di "anestesia per il pubblico" che riguarda le ispezioni.
Nella più parte dei paesi, regolamentazioni e controlli sottostanno alle autorità sanitarie, composte da medici e veterinari appartenenti alla medicina "ufficiale": per lo più individui formati alla mentalità vivisezionista.

In Italia la sorveglianza dei laboratori incombe ai medici provinciali, i quali preferiscono non occuparsene affatto e lasciano fare alle guardie zoofile della Protezione Animali laddove queste esistono: a Roma, un paio d'anni fa, ce n'era una sola; nove in tutta Italia!

(In Inghilterra, in proporzione al numero degli esperimenti, gli ispettori sono ancora meno : circa una dozzina, che passa il tempo a tavolino, per sbrigare la corrispondenza e rilasciare permessi.

Non è mai ancora accaduto, dal 1876, che un vivisettore sia stato denunciato per un'infrazione alla legge. Dunque ancora una volta tutti cittadini modello, i vivisettori: tanto ligi alle disposizioni da non necessitare di ispezioni e controlli.)

In quasi tutti i paesi anche le organizzazioni della Protezione Animali preposte ai controlli finiscono col collaborare con i laboratori, favorendo i vivisezionisti anziché proteggere gli animali. Gli animali non possono concedere favori. Un direttore di laboratorio ne può concedere tanti.
Recentemente ho avvicinato in Svizzera alcuni ispettori preposti alle sporadiche ispezioni nei laboratori universitari. In alcuni di questi individui era evidente un autentico sentimento zoofilo, ma ancora più evidente in tutti era un rispetto illimitato per gli "scienziati".

Uno di questi ispettori, un importante veterinario, mi ha detto che faceva sopralluoghi nei laboratori vivisezionisti dell'Università di Zurigo soltanto previo appuntamento. « Non si può piombare addosso ai professori come se fossero dei delinquenti da cogliere in fallo » si è giustificato. Gli ho chiesto: «Voi sapete che alcuni di questi professori perpetuano gli inutili esercizi del prof. Walter Hess sui cervelli dei gatti: inserimenti di elettrodi, stuzzicamenti, asportazioni di materia cerebrale?».

«Certo» è stata la risposta accorata. «E pensiamo anche che uno di questi sperimentatori non stia molto bene con la testa. Però dopo tutto si tratta di rispettabili docenti universitari: essi affermano che compete a loro decidere se gli esperimenti sono giustificati o meno. Noi non possiamo fare altro che insistere per un miglioramento delle condizioni ambientali degli animali, che spesso lasciano molto a desiderare.»

Quindi anche nell'illuminata Svizzera coloro che hanno il compito di proteggere gli animali — lavoro rimunerato dai contribuenti — raramente brillano per coraggio e esiste anche lì la sudditanza psicologica verso i papaveri universitari.

Ispettori coraggiosi raramente durano a lungo al loro posto. Caratteristico il caso del prof. Antonio Augusto Rizzoli, libero docente di fisiologia all'Università di Padova, specialista in neurologia e in medicina del lavoro, 35 anni.
Di lui dice un articolo a firma di Enzo Buscemi apparso il 24-12-1973 su Umanità, il settimanale del Partito Socialista Democratico Italiano:
«...Irriducibile nemico della vivisezione, ha messo in pericolo la sua carriera professionale chiamando in giudizio due notissimi docenti, i professori Arslan e Santi, che favorivano esperimenti di vivisezione di valore nullo, ad uso dei loro studenti, accusa il Rizzoli, aggiungendo:

"Ho denunciato anche altra gente per sevizie. Mi si è lanciato contro l'esercito dei baroni... Purtroppo la mia opera è stata ostacolata dall'ENPA (Protezione degli Animali) che nella persona del suo presidente (Bruno Ghibaudi) mi ha ritirato la tessera di guardia zoofila vietandomi l'accesso agli stabulari e ai laboratori di vivisezione"».

tratto da: Imperatrice Nuda
http://www.hansruesch.net/articoli/Imperatrice%20Nuda%20(1976).pdf

Il pdf di Imperatrice Nuda scaricabile anche da questo link : http://www.dmi.unipg.it/~mamone/sci-dem/nuocontri_1/ruesch_IN.pdf

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