sabato 13 ottobre 2012

Stupidocrazia finanziaria

Giancarlo Livraghi

Da quando è stato inventato il denaro (cinquemila anni fa – o forse molto prima, secondo il significato che si dà alla parola) la plutocrazia è stata considerata un “peccato”. O, più concretamente, una grave malattia.

Fin dalle origini della storia, la “condanna morale” della “ricchezza” è spesso ipocrita. Molti censori dell’opulenza altrui non si preoccupano neppure di nascondere il fatto che possiedono, o controllano, ancora più grandi risorse finanziarie – oltre a ogni sorta di costosi privilegi.
L’invidia è malsana, deprimente e deformante. Personalmente, non mi ha mai messo a disagio che qualcuno fosse molto ricco. Dipende da come guadagna tutti quei soldi e che cosa ne fa.

Non ho alcuna intenzione di entrare nel complesso e incessante dibattito sull’idea che il denaro sia una risorsa o una dannazione. Partiamo dal concetto, almeno nell’ambito di questa analisi, che non c’è alcun male nel denaro in sé. È uno strumento – utile o dannoso, onesto o perverso, secondo il modo in cui si genera e si usa.
Ma il modo in cui la ricchezza è “distribuita” può aiutare l’economia a essere sana e la società equilibrata – oppure portarle al disastro – secondo quante persone condividono quali vantaggi. Compreso, ma non solo, il denaro.
Quando è squilibrato, il sistema non è solo ingiusto. È anche guasto, funziona male – e tende a peggiorare continuamente.

Questa è stupidocrazia. Non è nuova. Ma è orribilmente chiaro che proprio ora sta imperversando, su scala mondiale. E va di male in peggio...


È una nozione diffusa che oggi “l’uno per cento delle persone possiede il 99 per cento del denaro”. Naturalmente l’esattezza di queste statistiche è discutibile, ma sarebbe molto preoccupante anche se il problema fosse più semplicemente definito come “troppo pochi hanno troppo” (e viceversa, ovviamente, “troppi hanno troppo poco”).

Ma è ancora peggio quando andiamo a vedere “chi” sono i ricchi e potenti nella strampalata situazione di oggi.

Ci sono parecchie fonti che potrebbe essere utile citare su questo genere di problemi (benché praticamente nessuna proponga soluzioni adeguate). Ma un’occasione interessante è offerta da due diversi (e apparentemente non connessi) articoli nello stesso numero dell’Economist – 21 gennaio 2012.



In Income inequality – who are the 1%? vari studi accademici citati dall’Economist indicano che i trader finanziari sono una proporzione crescente del “più ricco uno per cento”.

L’articolo spiega che i gestori e consulenti della speculazione finanziaria «hanno sostituito i dirigenti di grandi imprese al vertice della scala della ricchezza».

Secondo un recente rapporto OCSE «benché l’1 % abbia una quota crescente nella maggior parte dei paesi, la tendenza è cominciata prima, ed è andata più avanti, in America». Ma «gli operatori finanziari nell’1% dei più ricchi sono ancora di più in Gran Bretagna». Non è una coincidenza che siano i due paesi in cui la “deregolamentazione” della speculazione in borsa e il selvaggio gioco d’azzardo della finanza erano cominciati trent’anni fa.

I “nuovi ricchi” di questa particolare specie hanno «livelli alti di formazione scolastica» e «sempre più spesso si sposano fra loro». Tendono a insegnare ai loro figli come seguirli nello stesso mestiere. E stanno anche «diventando più interessati alla politica».

Sappiamo da altre fonti che sono astuti ed egoisti, arroganti e spietati, deformati da una patologia mentale per cui in studi attendibili sono definiti «psicopatici afflitti da una condizione geneticamente ereditata che li rende incapaci di avere una normale empatia umana».

Il fatto è spiegato in È una malattia mentale?
e anche in Uomini e topi.

Insomma assistiamo allo sviluppo di una “casta” ereditaria di dinastie patologicamente disumane che guadagnano più di chiunque altro senza produrre alcunché, altro che danni – e ora cercano anche potere politico.

Se fossero lasciati continuare e conquistare ancora più potere il loro dominio mondiale sarebbe molto più disastroso dei proverbiali “baroni ladroni” del medioevo (così chiamati anche nei primi imbrogli delle speculazioni in borsa, che risalgono al diciannovesimo secolo).

Hanno già provocato danni enormi, che tuttavia non sono ancora arrivati a una catastrofe irreversibile. C’è ancora la possibilità di fermarli – o almeno ridurre la portata dei loro misfatti. Ma il tempo stringe.

I controllori fiscali potrebbero indagare sui loro guadagni. Sarebbe sensato perseguirli più aggressivamente per malversazione e frode. Ma potremmo perfino lasciare che si tengano i soldi malguadagnati (in buona parte, comunque, nascosti in “paradisi fiscali”). Purché smettano di nuocere.

La necessità urgente è farli smettere di rubare i soldi di tutti gli altri – ancora peggio, corrodere il benessere delle persone e delle società civili in tutto il mondo. Compresi tanti paesi non direttamente coinvolti nelle manipolazioni finanziarie, ma sofferenti per i loro “effetti collaterali”.

Le altre osservazioni dell’Economist, che ci aiutano a capire un genere diverso di stupidocrazia, sono nel servizio di copertina del 21 gennaio 2012. Uno special report di 14 pagine su The rise of state capitalism e sui motivi per cui«provoca problemi crescenti».

Sono evoluzioni diverse in diversi paesi, ma vanno tutte nella stessa direzione. La crescita economica in “paesi emergenti” è ovviamente un fatto positivo. Ma troppa di quella ricchezza è nelle mani di egoistiche oligarchie, pessimi burocrati e crudeli élite, con profondamente radicata corruzione e opprimente potere politico.

Sembrano “avere successo”, perché parecchie di quelle economie sono in crescita. Ma sono malate. Troppa ricchezza e troppo potere concentrati nelle stesse avide mani non sono solo una spietata ingiustizia. Sono anche sistemi che non funzionano. L’Economist lo spiega così.

«Il più grande fallimento del capitalismo di stato riguarda la libertà. Trasformando le imprese in organi del governo, il capitalismo di stato concentra il potere e simultaneamente lo corrompe. Introduce pratiche commerciali nelle decisioni politiche e decisioni politiche nelle gestioni commerciali. Ed elimina il necessario ruolo di verifica del governo centrale».

Il corrotto “capitalismo di stato” nelle potenze economiche emergenti e la malversazione finanziaria nei paesi tradizionalmente “ricchi” si combattono fra loro e ciascuna al suo interno fra i diversi protagonisti. Da ambo i lati, imbrogliano con carte truccate e informazioni distorte nel tentativo di conquistare potere e dominio. Ma hanno perso la bussola. Drogati da un venefico miscuglio di arroganza e di paura, non capiscono che stanno convergendo verso lo stesso naufragio.

I maniaci del potere in tutti gli ambienti dovrebbero essere identificati come squali imbizzarriti in un raptus predatorio, o meglio come pericolosi psicopatici, che occorre togliere il più presto possibile dal ponte di comando.

Potrebbe essere facile, con una giusta dose di buon senso. Purtroppo quella che stiamo osservando è un’allarmante proliferazione di accaniti conflitti, comprese feroci violenze con un atroce numero di persone uccise, o ferocemente maltrattate, in brutali repressioni o drammaticamente confuse rivolte.

Non tutte queste tragedie sono provocate dagli imbrogli finanziari, ma sono sempre coinvolti megalomani assetati di potere (e anche maniaci violenti).

Alle piccole minoranze di psicopatici che giocano le grandi partite del potere, possono sembrare brillanti astuzie – o “incidenti di percorso”. Ma ciò che conta è il 99 per cento dell’umanità che ne soffre le orribili conseguenze.

Questo è il motivo per cui è corretto chiamarla stupidocrazia.

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