venerdì 15 luglio 2011

La Democrazia Diretta nel mondo

Enzo Trentin

Gli ultimi decenni hanno visto l’espansione dei diritti di partecipazione popolare nel processo decisionale politico in molte parti del mondo. In molti Stati e regioni, tali diritti sono stati anche messi in pratica. Ma per la maggior parte delle persone la realtà rimane ancora lontana dalle aspirazioni democratiche fondamentali. C’è pochissima democrazia diretta.
E la mancanza di qualità di quella disponibile è anche maggiore della mancanza di quantità.

Il 21° secolo vedrà l’odierna democrazia rappresentativa sostituita da una piena democrazia, in cui i cittadini avranno il diritto di dire la loro sulle questioni sostanziali. Questo è l’unico modo per diventare veramente una democrazia. I diritti dei cittadini dall’utopia di ieri diventeranno la realtà di domani.

Più di duecento anni dopo la rivoluzione francese, un semplice principio è diventato saldamente radicato nella mente della maggior parte delle persone: che la fondazione su cui si basa tutta la legislazione e l’esercizio del potere esecutivo dovrebbe essere legittimata dalla volontà del popolo. 

O come affermava Rousseau: «se ogni uomo e ogni donna partecipa alla redazione delle leggi che governano la loro vita, in definitiva, essi devono obbedire solo a se stessi.» ...


Più di sessant’anni dopo l’adozione della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’uomo: il 10 dicembre 1948, il mondo è andato un po’ più vicino ai principi partecipativi approvando un documento chiave. 

L’articolo 21 della Dichiarazione degli Stati: «ogni individuo ha il diritto di partecipare al governo del suo paese direttamente…» e «la volontà del popolo deve essere la base dell’autorità di governo.»Nel 2005, al Vertice mondiale dell’ONU tutti i governi si sono impegnati nel principio democratico della piena partecipazione dei cittadini di tutto il mondo, che ha portato il Segretario generale delle Nazioni Unite ad avviare all’inizio del 2010 la “democratizzazione della democrazia”. 
Considerando che intorno alla metà degli anni 1980 solo poco più del 40% di tutti gli Stati del mondo furono giudicati rispettosi dei valori democratici fondamentali, la quota è salita ad oltre il 65% nel 2010. La crescita del numero degli Stati che hanno procedure di partecipazione è ancora più impressionante: nove su dieci paesi in tutto il mondo hanno ora qualche forma che prevedere l’influenza diretta da parte di cittadini sull’agenda politica e/o la loro partecipazione nei processi legislativi, deliberativi e decisionali. 
La crescente presa di coscienza della gente del loro diritto al coinvolgimento democratico autentico è confermata dai sondaggi. 
Secondo un sondaggio effettuato in 19 paesi durante il primo semestre del 2010 si rileva che l’opinione pubblica mondiale nell’85% degli intervistati crede che “la volontà del popolo” dovrebbe essere la base per l’autorità di governo, e il 74% crede che il principio della sovranità popolare nella pratica è ancora insufficientemente realizzato. 
In altre parole, la gente è d’accordo che la democrazia diretta deve essere un pilastro centrale della vita pubblica; ma la maggior parte sono anche consapevoli che questo è ben lungi dall’essere una realtà. Learning by doing (imparare facendo, imparare attraverso il fare)

Chiunque abbia avuto un interesse attivo nel corso di eventi mondiali degli ultimi anni potrebbe non essere consapevole del fatto che il processo di democratizzazione delle società di tutto il mondo non è stato lineare. 

L’euforia oltre alla vorticosa velocità di cambiamento negli anni ’90 è evaporata. Dopo la caduta del muro di Berlino, si è anche parlato qua e là di “fine della storia”, [www.worldpublicopinion.org] e la democrazia rappresentativa in stile occidentale fu promossa come universale “regola d’oro” che dovrebbe adottare ogni paese della terra. Ma ciò non è avvenuto: vecchi conflitti, sommerse nuove strategie e sanguinosi scontri sono scoppiati in molte parti del mondo: nell’Europa sudorientale, in Africa centrale, in Medio Oriente.

Sulla scia della globalizzazione il prezzo di alcune materie prime si è impennato. Regimi autocratici – tra cui Cina e alcuni paesi arabi – sono stati in grado di consolidarsi malgrado le attese politiche dei singoli popoli. Crepe sono apparse anche in “vecchie” democrazie, come gli Stati Uniti e la Gran Bretagna, dove – in nome della “guerra al terrore” – sono state ridotte le libertà fondamentali. Al di là di questo, un autorafforzamento della globalizzazione ha cominciato a minare i bastioni politici e giuridici dello Stato nazione, provocando reazioni nazional conservatrici da entrambe le estremità dello spettro politico: destra-sinistra. 

Il presunto collegamento tra sovranità popolare, diritti umani, stato di diritto e la separazione dei poteri (principi sorti a seguito della rivoluzione francese e che sono sempre più formalizzati e ratificati in “Charte” e Costituzioni dopo la seconda guerra mondiale) ha cominciato a essere messo in discussione e lo è tuttora. Ci sono complicazioni per il futuro della democratizzazione, Larry Diamond, in un recente articolo sulla«Gazzetta della democrazia» suggerisce un certo scetticismo:«prima che la democrazia possa diffondersi ulteriormente, deve attecchire una radice più profonda dove essa ha già germogliato.»


Ma dove nel mondo, e come la democrazia diretta ha davvero messo radici 
negli ultimi duecento anni?

L’istituzione del referendum costituzionale nacque dallo sconvolgimento della rivoluzione americana. La prima votazione popolare su una questione di sostanza si svolse nel 1639 in Connecticut; a quel tempo colonia indipendente. Ma il vero slancio venne con i processi costitutivi di Massachusetts e New Hampshire, tra 1778 e il 1880.Il referendum costituzionale è stato ripreso in Europa dalla rivoluzionaria Francia. Fu l’Assemblea nazionale a dichiarare che una Costituzione doveva essere decisa dal popolo. Fecero breccia i principi espressi da Thomas Paine [«Rights of Man», 1791]:

«Una costituzione non è l’atto di un governo, ma l’atto di un popolo che crea un governo: un governo senza costituzione è un potere senza diritto …Una costituzione è antecedente a un governo: e il governo è solo la creatura della costituzione»Nell’agosto 1793, furono sei milioni gli elettori francesi ammessi a decidere sulla nuova costituzione democratica del paese (i Montagnard della Costituzione). Quasi il 90% disse “Sì” in quel rivoluzionario referendum. Tuttavia non fu la Francia, ma la vicina Svizzera che fornì la fase per il prossimo passo nell’evoluzione dei diritti popolari. Da lì questi sono tornati in America: gli Stati del Nord-Ovest degli USA verso la fine del 19° secolo, e in Uruguay all’inizio del 20°. Quando nel Commonwealth Australiano è stata inaugurata, nel 1901, la Costituzione, essa era ispirata dal federalismo americano e dal sistema Svizzero della doppia maggioranza per gli emendamenti costituzionali. Da più di un centinaio di anni in Australia, un emendamento costituzionale richiede l’approvazione a maggioranza di entrambi: il voto degli elettori, e della maggioranza degli Stati federali.In molti luoghi nel mondo d’oggi gli strumenti d’iniziativa dei cittadini e il referendum sono diventati una robusta componente della moderna democrazia. Questo è vero per circa la metà degli USA, della Svizzera, ed anche per la monarchia ereditaria del Principato del Liechtenstein.Tuttavia, molti più luoghi nel mondo soffrono di un’assenza o di punti deboli nella capacità dei cittadini di essere direttamente coinvolti nel processo decisionale. 

Per cominciare, c’è stato un problema di confusione terminologica.
Per esempio, quando un referendum consultivo (ovvero un mero sondaggio) è lanciato da un Presidente è denominato referendum, mentre l’iniziativa dei cittadini è spesso chiamata”petizione” (per certi versi una supplica)

Ci sono poi i gravi problemi associati a procedure mal progettate per l’approvazione, come la richiesta eccessivamente alta d’affluenza alle urne, e anche i quorum che distorcono la decisione democratica. Ed ancora le incredibilmente brevi scadenze per la raccolta delle firme, ed il rifiuto di rispettare l’esito di una votazione popolare su un problema sostanziale. Poi c’è il fatto che i componenti della democrazia rappresentativa e chi in genere è al potere vede le procedure democratico-dirette come minacce al suo controllo. Tutti questi fattori possono provocare gravi danni alla pratica della democrazia diretta.

La doppia sfida

La democrazia diretta, nel mondo, deve affrontare enormi sfide. Considerando che la globalizzazione del capitalismo ha continuato la sua avanzata chiaramente dimostrando i suoi punti deboli, la democratizzazione, in questi ultimi anni, ha subito contraccolpi. Per molte persone questo significa che sono state in grado di prendere parte al mercato globale come consumatori, clienti e forse anche come investitori, ma non come cittadini politicamente attivi. Pertanto, al fine di equilibrare la globalizzazione economica, la democrazia deve essere transnazionale. In caso contrario, tutte le nostre realizzazioni della moderna democrazia saranno messe in discussione. 

L’erosione della democrazia all’interno delle moderne società succede perché i sistemi democratici sono organizzati e legittimati all’interno di singoli Stati, ed è proprio per questo che tendono a perdere il controllo dei propri affari sulla scia della globalizzazione. 
Le democrazie sono come navi i cui timoni non raggiungono l’acqua in più occasioni. Questo è il caso di molti problemi ambientali, ad esempio. Si confronti uno Stato che agisca da solo, rischia di essere inefficace, perché i problemi ambientali non si interrompono alle frontiere nazionali. 

In cima a questa crisi d’inefficacia, si riscontra in molte democrazie una crisi di credibilità: i loro partiti politici stanno perdendo membri, sempre meno persone si prendono la briga di votare, e i funzionari eletti sono sospettati di abusare del loro potere principalmente per interesse personale. 

Le democrazie devono diventare più dirette e più transnazionali. 
Questo duplice approccio è già iniziato. Non c’è solo la Svizzera. I cittadini europei hanno espresso il loro parere quasi cinquanta volte in voti popolari su sostanziali questioni europee. 

Il 1° gennaio 1973, la Comunità Economica Europea (CEE) si allarga da sei a nove paesi con l’adesione della Danimarca, dell’Irlanda e del Regno Unito. Per entrare nella CEE, questi paesi soddisfano i due criteri: l’appartenenza al continente europeo e l’ottenimento d’un accordo tra tutti i paesi membri. Ma, Charles de Gaulle, che vede il Regno Unito come un “Trojan degli Stati Uniti” rifiuta di aderire e ritarda il processo. Questa prima espansione riflette l’impopolarità di alcuni europei, e il desiderio di rafforzare la coesione della CEE.Si ricordi anche che nonostante la Danimarca nel 1973 avesse votato per l’adesione alla Comunità Europea (ora Unione Europea), i danesi erano piuttosto titubanti nel sostenerne gli ulteriori sviluppi. 

Così, quando il Trattato di Maastricht, che fissava i termini per l’unione politica ed economica dell’Europa, venne sottoposto alla ratifica della Danimarca nel giugno 1992, gli elettori danesi lo rifiutarono con uno stretto margine di voti: il 51%. Ma quando ottennero la garanzia che dal Trattato erano escluse sia la questione di una difesa comune sia l’imposizione di unasingola valuta monetaria, in un secondo referendum, nel maggio 1993, venne votata l’adesione, sempre con una stretta maggioranza. Il sostegno danese all’Ue continua ad essere piuttosto tiepido; molti danesi temono infatti di perdere il controllo del proprio paese all’interno di una burocrazia dominata dalle nazioni più forti. Dopo i il voto contrario di francesi e olandesi, attraverso appositi referendum, assistiamo alla trasformazione della Costituzione in Trattato (di Lisbona) c’è da chiedersi se sia ancora possibile parlare di Europa e in quali termini. Se la partecipazione popolare è esclusa, se le oligarchie economiche e burocratiche la fanno da padrone, se il potere delle banche si fa sempre più forte e se la globalizzazione è diventata ormai la linea guida, è ancora possibile costruire un’Europa dei popoli, fondata sul rispetto delle comunità e sul pluralismo culturale ed economico?

L’Europa delle élite oligarchiche

È nelle parole di Blair e Sarkozy che si legge il futuro dell’attuale Europa. Non una Costituzione ma un Trattato semplificato, che non necessiti dunque dell’approvazione tramite referendum popolare, ma solo dell’accordo dei Ministri e dei capi di Governo di ciascuna Nazione.

I poteri e i fautori dell’Unione Europea hanno deciso di superare così gli ostacoli della bocciatura da parte dei cittadini che, negli unici casi in cui sono stati consultati, hanno detto esplicitamente “No” ad una Costituzione Europea che sradicasse la sovranità popolare. Questo ed altri simili atteggiamenti vanno rifiutati poiché “aggirano” la democrazia.

Il fallimento nelle consultazioni referendarie degli elettori francesi ed olandesi nel 2005, ha chiaramente dimostrato che l’idea di Europa intesa come istituzione giuridica è defunta: resta l’obiettivo di fondo delle élite oligarchiche da portare a termine. La soluzione franco-inglese sembra essere un compromesso ideale per ingannare l’opinione pubblica che non vuole la Costituzione Europea, perché si tratterebbe di perpetuare un sistema “di trattati” che già esiste, di fatto, e che evolve con l’instaurazione di un regime decisionale accentrato nelle mani della Commissione.

L’obiettivo, infatti, è quello di instaurare comunque un sistema burocratico accentrato nelle mani di organismi ed entità “invisibili”, in spregio alla volontà e sovranità popolare.

La Commissione Europea è una entità formata da funzionari istituzionali che, «nell’adempimento dei loro doveri, non sollecitano né accettano istruzioni da alcun governo né da alcun organismo […]. Ciascuno Stato membro si impegna a rispettare tale carattere e a non cercare di influenzare i membri della Commissione nell’esecuzione dei loro compiti» (art. 157 del trattato istitutivo della Unione Europea).

Il Parlamento Europeo che ha sede a Bruxelles ci chiama al voto, ma poi i parlamentari hanno un ruolo “consultivo” e non possono interferire su quello che le Commissioni decidono. 

Vorremmo dunque sapere di che democrazia stanno parlando: tutto si riduce ad un “governo di tecnici”, in cui chi ha orchestrato la truffa, ha già studiato il suo alibi.

L’Unione Europea è costruita per ridurre il potere dei popoli che dovrebbero costituirla, e ottenere il controllo delle economie locali, sacrificate sull’altare dalla Banca Centrale.

Emblematico a tal riguardo un recente sondaggio nei 25 paesi della Comunità europea che mostra – in linea con la disaffezione alla politica nelle società occidentali – come il 71% dei consultati ha una “cattiva opinione”dei suoi politici, che il 76% non ha fiducia di loro, che il 49% li giudica“corrotti” e che il 70% non dà fiducia né alla sinistra né alla destra per governare. Questa distanza che divide la classe politica di ogni tendenza dall’elettorato – e soprattutto dall’elettorato popolare dai redditi più bassi – spiega l’aumento crescente di ciò che il politologo Dominique Reynié definisce “la dissidenza elettorale”, che corrisponde alla somma di coloro che non votano, di coloro che votano scheda bianca o annullano la scheda e di coloro che votano per partiti che non hanno la benché minima possibilità di arrivare al potere.

Questa “dissidenza” rappresentava mediamente circa il 20% degli elettori negli anni ’70. È balzata al 50% nelle tornate elettorali degli ultimi anni, configurandosi in tal modo come una sostanziale diserzione civica.

Europa Sì, quindi, ma Europa dei popoli, cioè Europa della Sovranità Popolare dal basso, Europa delle comunità federate.

Le banche devono ridursi a strumento economico, socialmente trasparente e partecipato, non arma impropria di potere.

Il peggio è ciò che c’è dietro le banche: una visione del mondo dove tutto ha un prezzo ma niente ha più valore; una logica che oggi inaridisce ogni ideale e in più dirige gli stili di vita verso l’insostenibilità dei consumi ed in contrasto tra cultura e natura.I Popoli d’Europa non aspirano al suicidio e quindi non si meritano l’Unione Europea, ma una federazione di comunità. In questo caso, si potrebbe cogliere nel destino dell’Europa una inversione di tendenza rispetto alla globalizzazione in atto, e un progetto di civiltà.

Mappatura, riunione, integrazione.

Uno degli importanti effetti collaterali di una maggiore introduzione e dell’uso degli strumenti democratico diretti in tutto il mondo è l’interesse dimostrato dalle organizzazioni internazionali. Oltre a tali organizzazioni anche l’ ONU, la Banca mondiale, il forum delle federazioni, ilConsiglio d’Europa (a cui appartengono 47 paesi) hanno elaborato linee guida per “libere ed eque iniziative e referendum”, in cui si mette in guardia contro i requisiti di firma eccessivamente alti, le brevi scadenze per la loro raccolta e il quorum d’affluenza alle urne. In molte istituzioni mondiali, accademiche e ONG si è cominciato a prendere nota delle procedure e pratiche di democrazia diretta più di quanto non si sia verificato in precedenza.

Gli sviluppi degli ultimi 25 anni hanno dato un contributo importante a questo riguardo, sono stati introdotti anche i diritti di iniziativa e di referendum – si è effettivamente messo in pratica, soprattutto a livello locale – in molti paesi asiatici e in quasi tutta il Sudamerica.In Italia grazie alla Carta europea delle autonomie locali, alla legge n. 142-1990: “Ordinamento delle autonomie locali”; alla Legge n. 265-1999: “Più autonomia agli enti locali”, ed al Decreto legislativo 267-2000«Testo unico delle leggi sull’ordinamento degli enti locali», sono stati introdotti gli stessi “strumenti di partecipazione popolare”: quali i referendum, le proposte di delibera di iniziativa popolare, le petizioni, le istanze, il difensore civico, salvo edulcorarli – da parte della partitocrazia – e spesso depotenziarli.

Ma La democrazia locale beneficia del fatto che molti paesi stanno decentrando la loro organizzazione e amministrazione, e leader avveduti lavorano per una maggiore responsabilizzazione dei cittadini. In India, per esempio, con l’introduzione del villaggio“panchayat”, è stata combinata una regola per mezzo della quale le donne devono comprendere almeno un terzo di tutte le commissioni.A Taiwan, in Corea ed in Giappone, ci sono strumenti di democrazia diretta introdotti a livello locale, pertanto milioni di persone possono realizzare i loro primi passi nel coinvolgimento politico. La strada verso la democrazia non è sempre liscia: sia in Asia e in America del Sud, le nuove prassi democratiche si scontrano con autoritarismi secolari, e la democrazia non è sempre vincente.Il compito è ora quello di sostenere, in un mondo sempre più complesso ed in espansione, la democrazia diretta con un chiaro obiettivo in mente, ma anche pazientemente, e senza perdere di vista le vecchie e nuove minacce alla democrazia.
Questo richiede la promozione e lo scambio di conoscenze, lo sviluppo e la coltivazione degli strumenti comuni con l’uso intensivo dei diritti di iniziativa e di referendum a tutti i livelli politici. Ciò che è vero per le altre istituzioni di vita sociale e politica vale anche per la democrazia diretta: non c’è una “taglia unica” di democrazia diretta. Le Costituzioni come gli Statuti degli Enti locali debbono essere“progressivi”. Ovvero modificabili nel tempo.
Si confrontino, a tal proposito, le istituzioni svizzere.


È un concetto espresso secoli fa: «Un popolo ha sempre il diritto di rivedere, di riformare e di cambiare la sua Costituzione. Una generazione non può assoggettare alle sue leggi le generazioni future» 

Così sanciva l’Art. XXVIII della Costituzione francese del 1793. Principio che si riflesse in tutte le Costituzioni coeve che qualche storico sprezzantemente definisce “giacobine”. Ogni comunità politica ed ogni nuova generazione devono intraprendere il cammino democratico che è necessario per regolare le varie procedure da abbinare alla realtà attuale ed alle richieste via via diverse per lasciare una solida base al futuro. Il processo di apprendimento è molteplice: si richiede l’adeguamento alle proprie prassi di lavoro, ma anche la costante osservazione di ciò che sta accadendo altrove.

Ecco perché è istruttivo gettare uno sguardo a quelle parti del mondo dove ci sono le procedure democratico-dirette come solido componente del sistema politico; in Svizzera, USA e Uruguay, per esempio. Non è insolito in questi paesi osservare processi democratico-diretti lanciati con l’obiettivo specifico di cambiare le regole del gioco. Questo è il modo in cui la moderna democrazia può essere la chiave per il progresso del 21° secolo.

Fonte: sovranidade.org

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